pensieritudini a poca voce

Apro questo angolino dal nome semitetro perchè in molti mi hanno chiesto come mai non avessi un mio blog aggiornato. Per farli contenti, insomma! Sarà anche che ad un certo punto sento l’esigenza di un posticino dove conservare pensieri vecchi … Continua a leggere

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Città mia

Quando tu sei entrata in me
piccola città deserta
non ero ancora nata
mi hai scavato partendo dalle viscere
nell’istante in cui la notte
ti rende silenziosa
Eri un’onda che batte pesante
sulle mura antiche in mezzo al mare
tu che silenziosa non sei mai
per una volta hai messo a tacere
ogni vicolo e ti sei fatta piccolissima
Poi, quando dalla pancia di mia madre
sono nata, sono entrata in te
nel tuo baccano, dentro tutti i tuoi colori
e le voci si sono formate ruvide
nei miei capelli, nelle unghie
nei ventricoli. Negli occhi di ogni passante
così che oggi, ognuno che entri in me
ti veda.

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Ho sfiorato le mani e una pioggia sottile
poteva essere la voce di un cuore
provenire dal fondo di una maschera.
Venezia sta distesa sulla nebbia
galleggia sul torpore estivo dell’abbaglio
d’oro nei mosaici, nelle carene delle gondole.
Sto a prua, la guardo tutta, quest’isola
che ha la forma di un pesce
e potrei innamorarmi oggi
di questa bocca da Joker di questo eterno
sfuggire di questo lampo che passa
dalle nuvole al sole.
Dirà di non scherzare, si trincererà dietro l’albore
di un giorno qualunque sperso in mare
e ritirando le reti perderà il suo guscio molle
nel pugno che si apre alla sorpresa.

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notturno #1

 

La notte più bella rimane
quella in cui dormimmo abbracciati in una piazza
una rosa dal gambo reciso alzava la testa
io tenevo l’orecchio appoggiato a sentire la vita
e tu pensavi: “sarà infinita, questa partita”
No, non era infinita. Sei andato, volato, sparito.
Forse cerchi ancora indolente un tabacchi.
Ora dormo sul fianco sinistro tutte le notti
mi cingo le braccia intorno al collo
a volte lo massaggio a volte mi accarezzo le spalle
a volte il mio peso preme così forte sul seno che mi fa male.
un tamburo la pelle tesa bene
–tum    –    tum    –    tum
Il rumore costante e profondo e tu
che tra le braccia e il petto plasmi anche l’aria.
Non c’è pericolo che vada. Dove vuoi che vada?
La notte io dormo tranquilla sul lato sinistro
sento il tuo corpo a conchiglia che mi strige

e sbadiglia.

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Aperipo-Etica, Torino 7 Aprile 2017

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Al Marconi 4, con Anna e tanti amici

Insieme a Anna Ruotolo, ospite di Nunzio Grieco al suo Marconi 4, presento per la prima volta ai miei amici Il senso sparuto del vuoto.

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11 Febbraio 2017

Ore 21:00

Via Marconi, 4 – Pozzuoli.

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Parole e Note. Roberta D’Aquino a Marconi4

 

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“Mentre si mettono a posto le cose” Irene Paganucci

Mentre si mettono a posto le cose, che si fa? A volte si canticchia, altre si pensa tra sé e sé, altre volte si parla al telefono. A volte non siamo noi che le mettiamo a posto, ci vuole il tempo. E allora mentre lui mette a posto le cose, noi semplicemente aspettiamo, chi fermo in attesa, chi nel miglior modo possibile: continuando o – a seconda dei casi – ricominciando a vivere, come si può, più che si può. E così succedono un sacco di cose che forse aiuteranno il tempo nel suo compito arduo.

Mentre si mettono a posto le mie cose, ho letto il <<mentre>> di Irene Paganucci. Penserete che mi paghi, forse, visto che già un anno fa avevo letto il suo primo libro e ne avevo parlato qui… beh, no. Non mi paga. Almeno non in moneta e non consapevolmente, ma in quelle carezze che servono quando hai intorno muri diroccati e ginocchia sbucciate.

“Mentre si mettono a posto le cose” (Raffaelli Editore, 2016) l’ho letto in treno l’antivigilia di Natale. Mi è arrivato quella mattina e l’ho trovato prima di partire nella buca delle lettere. È stato un gran bel regalo sfogliarlo mentre fuori dal finestrino il paesaggio cambiava veloce.

Potrei dire che lo stile di Irene non è cambiato, nemmeno le tematiche sono troppo diverse dal suo primo libro, ma è maturato. Secondo me la differenza sostanziale tra il primo e l’ultimo libro di Irene, sta nel non voler più nascondere il proprio dolore, ma piuttosto esorcizzare portandolo alla luce, con quello stesso pudore pulito, con la stessa apparente leggerezza, ma con una consapevolezza tutta nuova. Si parla, infatti, della morte che sta nelle cose di tutti i giorni. Si parla di quanto sia difficile superare una perdita, di come a volte alzarsi al mattino sia troppo pesante. Si parla di tazze da tè, di cortili di campagna, di forcine per capelli e buste della spesa. E in tutte queste cose, sostanzialmente si parla di Vita, di come la si riprende in mano. La semplicità cristallina con cui ci mette davanti il suo pensiero è disarmante <<devo per forza stare bene/stare male non mi conviene>>, eh no. Non le conviene. Perciò meglio combattere e <<piantare un cespuglio di rose / all’inizio del mio filare / per salvare la vite dal male>>

Certo, lo stile di Irene può pure non piacere. Non è alto, non è complesso, non è rigoroso. Ci sono sbavature lessicali che rimandano al parlato. Sembra spesso di sentire la voce di un bambino. Ma non sono proprio i bambini che con la loro schiettezza e genuinità sono capaci di vedere il mondo da una prospettiva che l’adulto ha spesso dimenticato? Forse Irene è bambina quando impugna la penna, forse indossa degli occhiali deformanti, oppure quelli che si portavano negli anni ’90, per vedere le cose ai raggi X. E io ne resto colpita, perché a me pare che le sue parole siano come una lama calda nel burro e affondino lisce fino al cuore delle cose, per chi sa vederlo.

mentre_si_mettono_a_posto_le_cose

 

*

La mattina è il momento più difficile

della giornata, tengo su il morale

con delle forcine per capelli.

 

*

Domenica ha chiamato una tua amica,

ha detto “Ciao” e poi

il tuo nome al posto

del mio: mi ha chiesto

scusa, “Sono una scema”

ha balbettato. E io dopo

ho pensato che, in fin dei conti, era

più giusto se mi scusavo io

che avevo risposto

al telefono e non ero te.

 

*

Ho ancora la brutta abitudine

di sedermi sempre

dalla stessa parte, di cercare

una parete che mi faccia da madre,

che si prenda la briga

di starmi dietro.

Spietata m’inchiodo

da sola, mi metto con le spalle al muro.

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Il Scravasso

Ho sempre romanticamente amato i temporali, soprattutto quelli estivi, ma da quando sono arrivata a Treviso, ho imparato che non sono uguali in ogni luogo. So riconoscerlo al mare, quando dall’acqua vedo arrivare di gran carriera i nuvoloni neri da dietro le colline aride e gialle e, con una sorta di sesto senso, riesco spesso a definire se arriverà o meno il temporale. E ora ho imparato a riconoscerne la voce anche qui.
Ieri sera, leggendo “Sillabario veneto – viaggio sentimentale tra le parole venete” di Paolo Malaguti (Santi Quaranta Ed.), mi sono imbattuta nella definizione altissima e poeticissima della parola “scravasso”.
Ecco, non so se si possa fare, ma ve ne riporto qui il brano, al quale ho fatto alcune sottrazioni perchè troppo lungo, lasciandone solo la parte più bella, a mio parere.
Quindi, se amate i temporali anche voi, se siete della pianura o se avete una velata malinconia da coltivare e 10 minuti da dedicare, questa è la mattinata giusta…

temporalestivo

foto da web

È il primo pomeriggio di un giorno di luglio. La mattina è stata serena, il caldo pesante, ma non prepotente. Non c’è vento. Solo lievi refoli che nascono e muoiono in poche decine di metri di corsa tranquilla. La campagna è affogata in una nebbiolina bassa e appena percettibile, che deforma l’orizzonte, e piega la volontà. Altissimi getti d’acqua irrorano i campi di granturco. È l’unico rumore, oltre al frenetico frinire di cicale. L’acqua che la pompa, ad ogni giro, fa arrivare in piccola parte sulla stradella che costeggia il campo, evapora subito a contatto con l’asfalto rovente. Si sente un po’ di freschin.
In campagna le case sembrano dipinti dei macchiaioli, immobili e vigorose, pura luce e ombre violente. Nessuno per la strada. Un paese di morti. Montale godeva di spazi e geografie troppo nitide, precise, acuminate, taglienti. Nella nostra pianura non avrebbe potuto scrivere “Meriggiare pallido e assorto”.
L’aria ristagna, l’umidità, che viene dalla terra che sembra secca, a che è pur sempre umida, grava sulla pelle, annega la ragione nelle gocce di sudore che imperlano la fronte anche solo a stare distesi a letto. Il sole sembra inchiodato lì sopra, grande il doppio del normale e le ombre sono delle macchie scure sotto ai nostri piedi, tutto è solo e solamente ciò che è, non vi sono prospettive e chiaroscuri.
Poi, non si sa come e dove, l’aria cambia, si addensa in una foschia appena più torbida, che sommerge il sole in un’aura ferrigna, e rende i muri e l’erba nei giardini per un attimo come allucinati, sospesi tra il sole e l’ombra, incerti in un cromatismo inesistente di fatto, perché appena l’occhio lo registra, già è scomparso.
Il temporale spesso nasce così, non arriva dall’orizzonte come una cavalcata di nubi nere, ma è come trasudato dalla terra stessa, si condensa sulle nostre teste, non lascia spazio di fuga, margine di ragionamento. È tutta l’aria che diventa improvvisamente scura, violacea.
Ma non c’è ancora vento, anzi, ora è tutto definitivamente immoto, come se le energie della terra e dell’aria si concentrassero per l’ormai prossima deflagrazione. Lo si capisce dal modo in cui ora si sentono le cicale. È come se fossero gli unici esseri viventi rimasti sulla terra, non si sente nient’altro.
Poi di solito in lontananza si avverte un brontolio, un bubbolio. Ma non è ancora detto che il temporale si sfoghi. Può essere spesso che il nembo si sciolga, collassi come un castello di carte e si sfilacci in un nulla di fatto, per lasciare spazio a un pomeriggio più luminoso e fresco, anche senza pioggia. Però, se arriva una folata di vento teso e forte, allora vuol dire che pioverà e che forse da qualche parte, in altre campagne, sta già piovendo.
La raffica coglie impreparati tutti, i campi, le case, gli uomini, gli animali. Tacciono finalmente le cicale, impaurite, sospese a rami e foglie che ora tremano e vibrano, come avessero trovato nuova, imprevista, vita. Le imposte sbattono, le finestre cigolano, le tende svolazzano come vele bianche di navi lasciate a se stesse nel grande mare verde della campagna percossa dal fortunale.
È una splendida ouverture, un montare di volumi e di strumenti, un crescendo trionfale di colori tetri, di suoni sinistri, ma il scravasso ancora non si vede: lui, il protagonista, aspetta dietro le quinte.
Come in un formicaio molestato da un bastone, improvvisamente gli uomini, le donne, escono, correndo, chi per raccogliere la biancheria stesa, chi per stendere un telo sull’orto, chi per assicurare le mille superfici mobili dalle raffiche sempre più tese, che ora sollevano polvere dalle strade asciutte e dai viottoli aridi.

Una volta, non so adesso, si sarebbero potuti vedere certi veci scrutare il cielo, annusare l’aria, studiare la forma delle nubi, come aruspici o auguri, per capire se fosse tempesta quella che si nascondeva dietro la cortina del cielo. […] oggi questo non capita più, o forse capita solo molto meno frequentemente. Ma il scravasso è rimasto lo stesso. In pianura è difficile vederlo arrivare. Lo percepisci che già ti è sopra, e lo vedi dalle pesanti gocce che si stampano, circonferenze scure, quasi nere, sulla terra, sull’asfalto. E poi non è più lo stesso paesaggio, ma è tutto scravasso, una muraglia d’acqua pesante e uguale, frenetica ma non troppo violenta, tutto sommato, che bagna e irrora e batte le foglie dei platani, e le gocce si vaporizzano in un’unica polvere d’acqua policroma, […].
In pianura, in campagna, il scravasso è pienamente se stesso. Scompare così come è venuto. Qualcuno chiude i rubinetti ai piani alti e non c’è più nemmeno un lento gocciolare, semplicemente il cielo si riapre, ma di un azzurro più nitido e pulito, e le strade brillano di splendide pozzanghere d’oro e d’argento, l’orto appare imperlato di mille collane di sfere cristalline, gli alberi ondeggiano, come più felici, più liberi, sgravati dall’opprimente calura immobile di pochi minuti prima. È questione di un istante solo, il momento dell’incontro, del primo amplesso tra il sole e la campagna bagnata, e tutto brilla e freme.
Poi le cose cambiano immediatamente, la terra beve avida, lasciando solo poche gore di fango, le foglie si sgorlano di dosso quegli ornamenti forse troppo sfarzosi, il sublime contrasto tra la luce del sole rinato e le nubi plumbee si smorza, mano a mano che queste scompaiono così come son venute, riassorbite nel nulla di un’atmosfera più fresca e pulita. […]
C’è però un unico scravasso, che di solito può passare inosservato, ma che, tra tutti, si veste di sembianze malinconiche. È il scravasso di fine agosto, che però può arrivare anche ai primi di settembre. […]

Come in molte cose della vita, forse in tutte, durante quell’ultimo scravasso capisci che dopo l’estate non sarà più la stessa e, in ultima analisi, non ci sarà più un’estate per un altro anno intero. Si guarda piovere dalla finestra e l’acqua scende come tante altre volte, ma quelle gocce portano via il sole, il calore, il turgore della frutta, la pienezza degli orti, l’aria aperta, le fughe, le speranze, la solitudine ingenua e ricercata dell’infanzia.
Quest’ultimo scravasso è come tanti amori. Ci stai dentro superficialmente, li vivi come se dopo, tanto, ce ne dovessero essere all’infinito. E non capisci che quell’amore, se finirà, non tornerà più e rappresenterà una perdita. E per quanti possano essere i nuovi inizi, quell’amore, malvissuto, pieno di errori, di meschinità, resterà nel cumulo, più grande giorno dopo giorno, delle cose perse per sempre.
Per fortuna l’incoscienza è un valido aiuto contro gli errori dell’uomo e le sottili ingiustizie del tempo, e così quell’ultimo scravasso scivola via, inosservato, gratuito, e l’autunno arriva senza nemmeno, il più delle volte, essere distinto dall’estate.

Se solo avessi prestato maggiore attenzione all’ultimo scravasso.

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Coop for words 2016 – Un piccolo infinito mondo tondo

L’antologia di Coop for Words 2016 porta come titolo un verso di amorèunalinguachegraffia, vincitrice della sezione Poesia e io mi sento felice e onorata di questo riconoscimento, venuto da due bei nomi della poesia italiana: Gianmario Villalta e Lello Voce.
L’antologia è reperibile in tutte le librerie Coop e contiene racconti, poesie, canzoni e fumetti dei dieci finalisti di ciascuna sezione del concorso.
20161105_110906
amorèunalinguachegraffia
la bocca piena di un idioma nuovo
grafemi sconosciuti che si scrivono
da soli – non c’entrano gli apostoli
amore è una lingua che graffia– e graffi
arcobaleni distorti nelle vertebre, colori
disuniti. mi attraversi
c a r t i l a g i n i
il midollo nelle mani amore
amore | amore
disunito | simmetri
come i | co che
tuo | non
.-i colori | combacia
amore non sutura delle mie lacerazioni
 
sei filo teso di arcolaio nel tuo sorriso disumano nella tua bellezza e quanto sei bella amore misura del mio vuoto quando ti frapponi tra le mie pareti e il cielo e come sei tremenda quando sei solo telaio di sabbia a tessere mancanze io soffro d’abbandono e così divento vento di scirocco porto umidità collosa mi abbandono pesante alle tue braccia io ti amo di un amore che si parla nuovo che cerca coincidenze non singole tangenti/al punto
o se un punto è un piccolo infinito mondo tondo mare terra darsena e deserto
mi basta anche la singola tangenza
per amore, che è una lingua che graffia
e non c’entrano gli apostoli
la vita bianca hai nelle mani
la trascrizione traduzione
di un idioma nuovo di cui ho
la bocca piena
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La rosa in più mi ospita con tre inediti

Un grazie di cuore a Daita Martinez che ha voluto leggere e condividere tre miei inediti e una piccola riflessione su ciò che la poesia rappresenta per me e a Salvatore Sblando che mi ospita sul suo blog.

Mi si chiede della poesia. Cosa sia per me è ancora un mistero, so che mi accarezza quando tutto il mondo scompare, quando devo reinventarlo per non vivere in una stanza vuota. So che si fa amica s…

Sorgente: Poesia: Roberta D’Aquino, inediti.

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E come lo dici questo soffio
che mi raffredda sotto le lenzuola
questo frugare il gelo dei pettirossi
nella macchia di sangue e cuore
io lo dico facile, con la parola
da non pronunciare una promessa
silenziosa, una goccia
di sale. perché le mancanze partono
dai treni come passeggeri qualunque
e lasciano polvere sotto al divano
dei mille film ancora da vedere
lo dico semplice, senza un addio
perché sei il tu di ogni mio verso, il male
all’inverso, la buccia dell’uva, la goccia
del vino marittimo. La curva di legno
del dondolo di mia madre che sembra
un capriccio spigliato. Lo dico in silenzio
ma voglio che leggi il braille sul mutismo
dei polpastrelli nudi. Non parlo e tu senti
non guardo e tu vedi non dormo e tu
sogni. si fa presto a promettere
mantenere è il lusso di chi
ha molto coraggio. lo cerco a tentoni.

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