pensieritudini a poca voce

Apro questo angolino dal nome semitetro perchè in molti mi hanno chiesto come mai non avessi un mio blog aggiornato. Per farli contenti, insomma! Sarà anche che ad un certo punto sento l’esigenza di un posticino dove conservare pensieri vecchi … Continua a leggere

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il silenzio dell’imbarcadero

Era collocato a destra della porta il cesto
degli ombrelli. Due, uno dimenticato da qualcuno
in epoche remote, l’altro comprato quel giorno
che in piazza a Caserta venne un acquazzone
proprio mentre dovevamo andare.

Fu felice l’uomo giunto su un barcone
dei cinque euro guadagnati. Io meno
pensavo si sarebbe rotto il tempo stretto
di arrivare a casa. Invece sopravvive ancora
fa il suo duplice lavoro:
tiene la testa asciutta quando serve
e mi ricorda il lungo abbraccio alla stazione.

Fu il primo e per ora l’unico così, ma quando dissi
che ti ho voluto bene ancora prima di conoscerti
pensavo agli abbracci che avrei voluto darti
prima di quello e dopo

L’affetto non si decide, avviene
e spesso sosta a destra della porta, profondo
il tempo che basta per asciugare la perdita
per accogliere la pioggia dell’avvento in una sera
o in un mattino in cui ci si ferma a pensare
– come fanno i vecchi- che si stava meglio
quando si stava peggio

In riva al fiume oggi mescoliamo tutti gli affetti
con la birra in mano. Da tramonto diventa
notte senza avvertire e il cielo rompe
gli indugi con un lampo forte. Cade una goccia
è come un risveglio. È ora di andare.
La notte parla il silenzio dell’imbarcadero
deserto. Ci taglia lo sguardo un pipistrello.

Portiamo noi la pazienza e la tenacia di chi
i legami li tesse filo a filo con le mani
e poi se li porta in giro per il mondo.
Sembra un lavoro antico. Per questo
non ci perderemo: a mille distanze
ciascuno sotto il proprio ombrello
avremo un richiamo per ogni raggio intero
o spezzato dal vento. Una casa
mobile.

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Noi del Carrao

“Non si è mai vista un’estate così” dicono tutti. Lo dico pure io ma non è vero. Stamattina questi tuoni che mi svegliano mi portano alla mente quelle giornate di infanzia, di forse trent’anni fa, in cui temporali ne faceva eccome e noi bambini, in una semplicità e innocenza ormai perduta (e perduta per sempre non solo da noi, ma dal mondo), riparavamo sotto i terrazzini delle case sfitte o già chiuse per l’inverno.

Si sceglieva un villino al primo piano, perché quelli al piano terra non riparavano abbastanza. La bici si lasciava accostata alla siepe di recinzione e cominciava l’avventura: si scavalcava il cancelletto basso, tutti fradici di pioggia, come pirati all’arrembaggio di un veliero o naufraghi su un’isola deserta, si attraversava il giardino, si salivano le scale fino alla conquista della vetta. A tre, quattro di noi, seduti a terra sporchi e bagnati, ci raccontavamo storie inventate. A volte ci portavamo le carte. Le mamme non potevano chiamare per sapere dove fossero i propri pargoli adorati. Poi spioveva, magari dopo ore, e si tornava alle case. Zuppi. “Dove sei stato, disgraziato! Con questa pioggia!”. L’asciugamani già pronto in mano per frizionare i capelli. Le lumache enormi che facevano capolino sui muretti. Le madri operose che si disperavano per la giornata di sole perduta, per l’acqua arrivata fin dentro casa, per il lavoro da fare a ripristino. Tira fuori le sdraio, asciuga il pavimento, rimetti a posto tutto.

Sì, ci sono state estati così… Ma gli adulti rimuovono subito e i bambini nemmeno si accorgono.

Antonio lo ricorderebbe, lui che adulto non è diventato mai. E, a pensarci bene, lo ricordiamo tutti, noi, prima generazione del Carrao. Noi con le radici di liquirizia da seccare, noi dei rospi nella piscina comunale, noi delle invasioni alla riviera, della paura di Baffo e degli scappellotti di G. Noi delle passeggiate al fiume che sembrava lontanissimo, delle piogge e degli arcobaleni, di quel tempo lontano eppure così vicino. Noi che “Anche solo un giorno”, noi con i bambini, con la voglia di restare, con la nostalgia di mille altri “noi”.

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Esce dalle mani la fatica

Strappata al calcolo dei giorni

Pezzo a pezzo, quasi con dolore.

Prendi la testa, te la tieni stretta

Se un giorno a caso qualcuno

Volesse usarla come sasso scagliandola

Lontano lungo il corso delle cose

Oppure piattamente per farla rimbalzare

Sulle rovine quattro, cinque volte

Una mattina

Fluisce e poi si spegne così come arrivò

Una ferita aperta dai tuoi stessi graffi

Cicatrizza

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Le pale dei mulini di Zaanse Schans

Tu non lo credi ma la donna è un essere semplice
una città anarchica, che strenuamente si difende
e strenuamente attende la conquista.
È come le pale dei mulini di Zaanse Schans
in cerca del vento che le farà girare la testa
su una giostra
ed è come la terra selvatica, che aspetta di essere
dissodata lì dov’è l’aratro, il solco
per la semina.

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Ti avevo portato un regalo

Ti avevo portato un regalo,
potrò dartelo la prossima volta
ma non sarà lo stesso.
Avevo in mente che dovessi averlo
proprio adesso che l’acero si spoglia
e nel nuovo giro di vestiti
cambia la luna. Tu non sai
come è futura la strada, le mani nella siepe
che scantona il vicolo, la sottile linea
che divide oggi da ieri, addipanata a un capo
nel passato, sciolta all’altro capo.
Tu non sai dell’importanza
del campeggiare prospettico di quella barca
che si vede lì, in fondo ai marosi.
Posi lo sguardo dove si frange l’inverno
calpesti a piedi nudi scaglie di ghiaccio
e sale.

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Cluj

Si cerca l’affondo in un posto
lontano o vicino. la realtà
dei fatti. in perfetto stile ungherese
una casa curata e una capanna
a bordo strada, e il passaggio
veloce di una vecchia Dacia
si cerca di essere la ruota
di volare oltre la barriera del livello
quando un treno merci va
a due all’ora, le carrozze
come bocche sdentate
si cerca di non essere container
per tutto il tempo del passaggio
________________________________si cerca

chi è la corsa, chi il lento ripassare
chi la tenda rovinata, chi
la tegola sbeccata

 

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Sei diventato brutto

Stai accanto a una persona brutta

La vostra vista è un abominio per gli occhi

Eppure resterò bella solo per te

perché un giorno, camminando

tu, brutto accanto alla tua persona brutta

che pure ami, vedendomi rimpianga

di non volermi più, così bella

e irrimediabilmente corrotta.

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Città mia

Quando tu sei entrata in me
piccola città deserta
non ero ancora nata
mi hai scavato partendo dalle viscere
nell’istante in cui la notte
ti rende silenziosa
Eri un’onda che batte pesante
sulle mura antiche in mezzo al mare
tu che silenziosa non sei mai
per una volta hai messo a tacere
ogni vicolo e ti sei fatta piccolissima
Poi, quando dalla pancia di mia madre
sono nata, sono entrata in te
nel tuo baccano, dentro tutti i tuoi colori
e le voci si sono formate ruvide
nei miei capelli, nelle unghie
nei ventricoli. Negli occhi di ogni passante
così che oggi, ognuno che entri in me
ti veda.

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Ho sfiorato le mani e una pioggia sottile
poteva essere la voce di un cuore
provenire dal fondo di una maschera.
Venezia sta distesa sulla nebbia
galleggia sul torpore estivo dell’abbaglio
d’oro nei mosaici, nelle carene delle gondole.
Sto a prua, la guardo tutta, quest’isola
che ha la forma di un pesce
e potrei innamorarmi oggi
di questa bocca da Joker di questo eterno
sfuggire di questo lampo che passa
dalle nuvole al sole.
Dirà di non scherzare, si trincererà dietro l’albore
di un giorno qualunque sperso in mare
e ritirando le reti perderà il suo guscio molle
nel pugno che si apre alla sorpresa.

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notturno #1

 

La notte più bella rimane
quella in cui dormimmo abbracciati in una piazza
una rosa dal gambo reciso alzava la testa
io tenevo l’orecchio appoggiato a sentire la vita
e tu pensavi: “sarà infinita, questa partita”
No, non era infinita. Sei andato, volato, sparito.
Forse cerchi ancora indolente un tabacchi.
Ora dormo sul fianco sinistro tutte le notti
mi cingo le braccia intorno al collo
a volte lo massaggio a volte mi accarezzo le spalle
a volte il mio peso preme così forte sul seno che mi fa male.
un tamburo la pelle tesa bene
–tum    –    tum    –    tum
Il rumore costante e profondo e tu
che tra le braccia e il petto plasmi anche l’aria.
Non c’è pericolo che vada. Dove vuoi che vada?
La notte io dormo tranquilla sul lato sinistro
sento il tuo corpo a conchiglia che mi strige

e sbadiglia.

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