pensieritudini a poca voce

Apro questo angolino dal nome semitetro perchè in molti mi hanno chiesto come mai non avessi un mio blog aggiornato. Per farli contenti, insomma! Sarà anche che ad un certo punto sento l’esigenza di un posticino dove conservare pensieri vecchi … Continua a leggere

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Le pale dei mulini di Zaanse Schans

Tu non lo credi ma la donna è un essere semplice
una città anarchica, che strenuamente si difende
e strenuamente attende la conquista.
È come le pale dei mulini di Zaanse Schans
in cerca del vento che le farà girare la testa
su una giostra
ed è come la terra selvatica, che aspetta di essere
dissodata lì dov’è l’aratro, il solco
per la semina.

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Ti avevo portato un regalo

Ti avevo portato un regalo,
potrò dartelo la prossima volta
ma non sarà lo stesso.
Avevo in mente che dovessi averlo
proprio adesso che l’acero si spoglia
e nel nuovo giro di vestiti
cambia la luna. Tu non sai
come è futura la strada, le mani nella siepe
che scantona il vicolo, la sottile linea
che divide oggi da ieri, addipanata a un capo
nel passato, sciolta all’altro capo.
Tu non sai dell’importanza
del campeggiare prospettico di quella barca
che si vede lì, in fondo ai marosi.
Posi lo sguardo dove si frange l’inverno
calpesti a piedi nudi scaglie di ghiaccio
e sale.

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Cluj

Si cerca l’affondo in un posto
lontano o vicino. la realtà
dei fatti. in perfetto stile ungherese
una casa curata e una capanna
a bordo strada, e il passaggio
veloce di una vecchia Dacia
si cerca di essere la ruota
di volare oltre la barriera del livello
quando un treno merci va
a due all’ora, le carrozze
come bocche sdentate
si cerca di non essere container
per tutto il tempo del passaggio
________________________________si cerca

chi è la corsa, chi il lento ripassare
chi la tenda rovinata, chi
la tegola sbeccata

 

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Sei diventato brutto

Stai accanto a una persona brutta

La vostra vista è un abominio per qualunque occhio 

Eppure resterò bella solo per te

perché un giorno, camminando 

tu, brutto accanto alla tua persona brutta

che pure ami, vedendomi rimpianga 

di non volermi più, così bella

e irrimediabilmente corrotta.

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Città mia

Quando tu sei entrata in me
piccola città deserta
non ero ancora nata
mi hai scavato partendo dalle viscere
nell’istante in cui la notte
ti rende silenziosa
Eri un’onda che batte pesante
sulle mura antiche in mezzo al mare
tu che silenziosa non sei mai
per una volta hai messo a tacere
ogni vicolo e ti sei fatta piccolissima
Poi, quando dalla pancia di mia madre
sono nata, sono entrata in te
nel tuo baccano, dentro tutti i tuoi colori
e le voci si sono formate ruvide
nei miei capelli, nelle unghie
nei ventricoli. Negli occhi di ogni passante
così che oggi, ognuno che entri in me
ti veda.

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Ho sfiorato le mani e una pioggia sottile
poteva essere la voce di un cuore
provenire dal fondo di una maschera.
Venezia sta distesa sulla nebbia
galleggia sul torpore estivo dell’abbaglio
d’oro nei mosaici, nelle carene delle gondole.
Sto a prua, la guardo tutta, quest’isola
che ha la forma di un pesce
e potrei innamorarmi oggi
di questa bocca da Joker di questo eterno
sfuggire di questo lampo che passa
dalle nuvole al sole.
Dirà di non scherzare, si trincererà dietro l’albore
di un giorno qualunque sperso in mare
e ritirando le reti perderà il suo guscio molle
nel pugno che si apre alla sorpresa.

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notturno #1

 

La notte più bella rimane
quella in cui dormimmo abbracciati in una piazza
una rosa dal gambo reciso alzava la testa
io tenevo l’orecchio appoggiato a sentire la vita
e tu pensavi: “sarà infinita, questa partita”
No, non era infinita. Sei andato, volato, sparito.
Forse cerchi ancora indolente un tabacchi.
Ora dormo sul fianco sinistro tutte le notti
mi cingo le braccia intorno al collo
a volte lo massaggio a volte mi accarezzo le spalle
a volte il mio peso preme così forte sul seno che mi fa male.
un tamburo la pelle tesa bene
–tum    –    tum    –    tum
Il rumore costante e profondo e tu
che tra le braccia e il petto plasmi anche l’aria.
Non c’è pericolo che vada. Dove vuoi che vada?
La notte io dormo tranquilla sul lato sinistro
sento il tuo corpo a conchiglia che mi strige

e sbadiglia.

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Aperipo-Etica, Torino 7 Aprile 2017

locandina

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Al Marconi 4, con Anna e tanti amici

Insieme a Anna Ruotolo, ospite di Nunzio Grieco al suo Marconi 4, presento per la prima volta ai miei amici Il senso sparuto del vuoto.

Marconi4

11 Febbraio 2017

Ore 21:00

Via Marconi, 4 – Pozzuoli.

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Parole e Note. Roberta D’Aquino a Marconi4

 

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“Mentre si mettono a posto le cose” Irene Paganucci

Mentre si mettono a posto le cose, che si fa? A volte si canticchia, altre si pensa tra sé e sé, altre volte si parla al telefono. A volte non siamo noi che le mettiamo a posto, ci vuole il tempo. E allora mentre lui mette a posto le cose, noi semplicemente aspettiamo, chi fermo in attesa, chi nel miglior modo possibile: continuando o – a seconda dei casi – ricominciando a vivere, come si può, più che si può. E così succedono un sacco di cose che forse aiuteranno il tempo nel suo compito arduo.

Mentre si mettono a posto le mie cose, ho letto il <<mentre>> di Irene Paganucci. Penserete che mi paghi, forse, visto che già un anno fa avevo letto il suo primo libro e ne avevo parlato qui… beh, no. Non mi paga. Almeno non in moneta e non consapevolmente, ma in quelle carezze che servono quando hai intorno muri diroccati e ginocchia sbucciate.

“Mentre si mettono a posto le cose” (Raffaelli Editore, 2016) l’ho letto in treno l’antivigilia di Natale. Mi è arrivato quella mattina e l’ho trovato prima di partire nella buca delle lettere. È stato un gran bel regalo sfogliarlo mentre fuori dal finestrino il paesaggio cambiava veloce.

Potrei dire che lo stile di Irene non è cambiato, nemmeno le tematiche sono troppo diverse dal suo primo libro, ma è maturato. Secondo me la differenza sostanziale tra il primo e l’ultimo libro di Irene, sta nel non voler più nascondere il proprio dolore, ma piuttosto esorcizzare portandolo alla luce, con quello stesso pudore pulito, con la stessa apparente leggerezza, ma con una consapevolezza tutta nuova. Si parla, infatti, della morte che sta nelle cose di tutti i giorni. Si parla di quanto sia difficile superare una perdita, di come a volte alzarsi al mattino sia troppo pesante. Si parla di tazze da tè, di cortili di campagna, di forcine per capelli e buste della spesa. E in tutte queste cose, sostanzialmente si parla di Vita, di come la si riprende in mano. La semplicità cristallina con cui ci mette davanti il suo pensiero è disarmante <<devo per forza stare bene/stare male non mi conviene>>, eh no. Non le conviene. Perciò meglio combattere e <<piantare un cespuglio di rose / all’inizio del mio filare / per salvare la vite dal male>>

Certo, lo stile di Irene può pure non piacere. Non è alto, non è complesso, non è rigoroso. Ci sono sbavature lessicali che rimandano al parlato. Sembra spesso di sentire la voce di un bambino. Ma non sono proprio i bambini che con la loro schiettezza e genuinità sono capaci di vedere il mondo da una prospettiva che l’adulto ha spesso dimenticato? Forse Irene è bambina quando impugna la penna, forse indossa degli occhiali deformanti, oppure quelli che si portavano negli anni ’90, per vedere le cose ai raggi X. E io ne resto colpita, perché a me pare che le sue parole siano come una lama calda nel burro e affondino lisce fino al cuore delle cose, per chi sa vederlo.

mentre_si_mettono_a_posto_le_cose

 

*

La mattina è il momento più difficile

della giornata, tengo su il morale

con delle forcine per capelli.

 

*

Domenica ha chiamato una tua amica,

ha detto “Ciao” e poi

il tuo nome al posto

del mio: mi ha chiesto

scusa, “Sono una scema”

ha balbettato. E io dopo

ho pensato che, in fin dei conti, era

più giusto se mi scusavo io

che avevo risposto

al telefono e non ero te.

 

*

Ho ancora la brutta abitudine

di sedermi sempre

dalla stessa parte, di cercare

una parete che mi faccia da madre,

che si prenda la briga

di starmi dietro.

Spietata m’inchiodo

da sola, mi metto con le spalle al muro.

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