pensieritudini a poca voce

Apro questo angolino dal nome semitetro perchè in molti mi hanno chiesto come mai non avessi un mio blog aggiornato. Per farli contenti, insomma! Sarà anche che ad un certo punto sento l’esigenza di un posticino dove conservare pensieri vecchi … Continua a leggere

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“Mentre si mettono a posto le cose” Irene Paganucci

Mentre si mettono a posto le cose, che si fa? A volte si canticchia, altre si pensa tra sé e sé, altre volte si parla al telefono. A volte non siamo noi che le mettiamo a posto, ci vuole il tempo. E allora mentre lui mette a posto le cose, noi semplicemente aspettiamo, chi fermo in attesa, chi nel miglior modo possibile: continuando o – a seconda dei casi – ricominciando a vivere, come si può, più che si può. E così succedono un sacco di cose che forse aiuteranno il tempo nel suo compito arduo.

Mentre si mettono a posto le mie cose, ho letto il <<mentre>> di Irene Paganucci. Penserete che mi paghi, forse, visto che già un anno fa avevo letto il suo primo libro e ne avevo parlato qui… beh, no. Non mi paga. Almeno non in moneta e non consapevolmente, ma in quelle carezze che servono quando hai intorno muri diroccati e ginocchia sbucciate.

“Mentre si mettono a posto le cose” (Raffaelli Editore, 2016) l’ho letto in treno l’antivigilia di Natale. Mi è arrivato quella mattina e l’ho trovato prima di partire nella buca delle lettere. È stato un gran bel regalo sfogliarlo mentre fuori dal finestrino il paesaggio cambiava veloce.

Potrei dire che lo stile di Irene non è cambiato, nemmeno le tematiche sono troppo diverse dal suo primo libro, ma è maturato. Secondo me la differenza sostanziale tra il primo e l’ultimo libro di Irene, sta nel non voler più nascondere il proprio dolore, ma piuttosto esorcizzare portandolo alla luce, con quello stesso pudore pulito, con la stessa apparente leggerezza, ma con una consapevolezza tutta nuova. Si parla, infatti, della morte che sta nelle cose di tutti i giorni. Si parla di quanto sia difficile superare una perdita, di come a volte alzarsi al mattino sia troppo pesante. Si parla di tazze da tè, di cortili di campagna, di forcine per capelli e buste della spesa. E in tutte queste cose, sostanzialmente si parla di Vita, di come la si riprende in mano. La semplicità cristallina con cui ci mette davanti il suo pensiero è disarmante <<devo per forza stare bene/stare male non mi conviene>>, eh no. Non le conviene. Perciò meglio combattere e <<piantare un cespuglio di rose / all’inizio del mio filare / per salvare la vite dal male>>

Certo, lo stile di Irene può pure non piacere. Non è alto, non è complesso, non è rigoroso. Ci sono sbavature lessicali che rimandano al parlato. Sembra spesso di sentire la voce di un bambino. Ma non sono proprio i bambini che con la loro schiettezza e genuinità sono capaci di vedere il mondo da una prospettiva che l’adulto ha spesso dimenticato? Forse Irene è bambina quando impugna la penna, forse indossa degli occhiali deformanti, oppure quelli che si portavano negli anni ’90, per vedere le cose ai raggi X. E io ne resto colpita, perché a me pare che le sue parole siano come una lama calda nel burro e affondino lisce fino al cuore delle cose, per chi sa vederlo.

mentre_si_mettono_a_posto_le_cose

 

*

La mattina è il momento più difficile

della giornata, tengo su il morale

con delle forcine per capelli.

 

*

Domenica ha chiamato una tua amica,

ha detto “Ciao” e poi

il tuo nome al posto

del mio: mi ha chiesto

scusa, “Sono una scema”

ha balbettato. E io dopo

ho pensato che, in fin dei conti, era

più giusto se mi scusavo io

che avevo risposto

al telefono e non ero te.

 

*

Ho ancora la brutta abitudine

di sedermi sempre

dalla stessa parte, di cercare

una parete che mi faccia da madre,

che si prenda la briga

di starmi dietro.

Spietata m’inchiodo

da sola, mi metto con le spalle al muro.

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Il Scravasso

Ho sempre romanticamente amato i temporali, soprattutto quelli estivi, ma da quando sono arrivata a Treviso, ho imparato che non sono uguali in ogni luogo. So riconoscerlo al mare, quando dall’acqua vedo arrivare di gran carriera i nuvoloni neri da dietro le colline aride e gialle e, con una sorta di sesto senso, riesco spesso a definire se arriverà o meno il temporale. E ora ho imparato a riconoscerne la voce anche qui.
Ieri sera, leggendo “Sillabario veneto – viaggio sentimentale tra le parole venete” di Paolo Malaguti (Santi Quaranta Ed.), mi sono imbattuta nella definizione altissima e poeticissima della parola “scravasso”.
Ecco, non so se si possa fare, ma ve ne riporto qui il brano, al quale ho fatto alcune sottrazioni perchè troppo lungo, lasciandone solo la parte più bella, a mio parere.
Quindi, se amate i temporali anche voi, se siete della pianura o se avete una velata malinconia da coltivare e 10 minuti da dedicare, questa è la mattinata giusta…

temporalestivo

foto da web

È il primo pomeriggio di un giorno di luglio. La mattina è stata serena, il caldo pesante, ma non prepotente. Non c’è vento. Solo lievi refoli che nascono e muoiono in poche decine di metri di corsa tranquilla. La campagna è affogata in una nebbiolina bassa e appena percettibile, che deforma l’orizzonte, e piega la volontà. Altissimi getti d’acqua irrorano i campi di granturco. È l’unico rumore, oltre al frenetico frinire di cicale. L’acqua che la pompa, ad ogni giro, fa arrivare in piccola parte sulla stradella che costeggia il campo, evapora subito a contatto con l’asfalto rovente. Si sente un po’ di freschin.
In campagna le case sembrano dipinti dei macchiaioli, immobili e vigorose, pura luce e ombre violente. Nessuno per la strada. Un paese di morti. Montale godeva di spazi e geografie troppo nitide, precise, acuminate, taglienti. Nella nostra pianura non avrebbe potuto scrivere “Meriggiare pallido e assorto”.
L’aria ristagna, l’umidità, che viene dalla terra che sembra secca, a che è pur sempre umida, grava sulla pelle, annega la ragione nelle gocce di sudore che imperlano la fronte anche solo a stare distesi a letto. Il sole sembra inchiodato lì sopra, grande il doppio del normale e le ombre sono delle macchie scure sotto ai nostri piedi, tutto è solo e solamente ciò che è, non vi sono prospettive e chiaroscuri.
Poi, non si sa come e dove, l’aria cambia, si addensa in una foschia appena più torbida, che sommerge il sole in un’aura ferrigna, e rende i muri e l’erba nei giardini per un attimo come allucinati, sospesi tra il sole e l’ombra, incerti in un cromatismo inesistente di fatto, perché appena l’occhio lo registra, già è scomparso.
Il temporale spesso nasce così, non arriva dall’orizzonte come una cavalcata di nubi nere, ma è come trasudato dalla terra stessa, si condensa sulle nostre teste, non lascia spazio di fuga, margine di ragionamento. È tutta l’aria che diventa improvvisamente scura, violacea.
Ma non c’è ancora vento, anzi, ora è tutto definitivamente immoto, come se le energie della terra e dell’aria si concentrassero per l’ormai prossima deflagrazione. Lo si capisce dal modo in cui ora si sentono le cicale. È come se fossero gli unici esseri viventi rimasti sulla terra, non si sente nient’altro.
Poi di solito in lontananza si avverte un brontolio, un bubbolio. Ma non è ancora detto che il temporale si sfoghi. Può essere spesso che il nembo si sciolga, collassi come un castello di carte e si sfilacci in un nulla di fatto, per lasciare spazio a un pomeriggio più luminoso e fresco, anche senza pioggia. Però, se arriva una folata di vento teso e forte, allora vuol dire che pioverà e che forse da qualche parte, in altre campagne, sta già piovendo.
La raffica coglie impreparati tutti, i campi, le case, gli uomini, gli animali. Tacciono finalmente le cicale, impaurite, sospese a rami e foglie che ora tremano e vibrano, come avessero trovato nuova, imprevista, vita. Le imposte sbattono, le finestre cigolano, le tende svolazzano come vele bianche di navi lasciate a se stesse nel grande mare verde della campagna percossa dal fortunale.
È una splendida ouverture, un montare di volumi e di strumenti, un crescendo trionfale di colori tetri, di suoni sinistri, ma il scravasso ancora non si vede: lui, il protagonista, aspetta dietro le quinte.
Come in un formicaio molestato da un bastone, improvvisamente gli uomini, le donne, escono, correndo, chi per raccogliere la biancheria stesa, chi per stendere un telo sull’orto, chi per assicurare le mille superfici mobili dalle raffiche sempre più tese, che ora sollevano polvere dalle strade asciutte e dai viottoli aridi.

Una volta, non so adesso, si sarebbero potuti vedere certi veci scrutare il cielo, annusare l’aria, studiare la forma delle nubi, come aruspici o auguri, per capire se fosse tempesta quella che si nascondeva dietro la cortina del cielo. […] oggi questo non capita più, o forse capita solo molto meno frequentemente. Ma il scravasso è rimasto lo stesso. In pianura è difficile vederlo arrivare. Lo percepisci che già ti è sopra, e lo vedi dalle pesanti gocce che si stampano, circonferenze scure, quasi nere, sulla terra, sull’asfalto. E poi non è più lo stesso paesaggio, ma è tutto scravasso, una muraglia d’acqua pesante e uguale, frenetica ma non troppo violenta, tutto sommato, che bagna e irrora e batte le foglie dei platani, e le gocce si vaporizzano in un’unica polvere d’acqua policroma, […].
In pianura, in campagna, il scravasso è pienamente se stesso. Scompare così come è venuto. Qualcuno chiude i rubinetti ai piani alti e non c’è più nemmeno un lento gocciolare, semplicemente il cielo si riapre, ma di un azzurro più nitido e pulito, e le strade brillano di splendide pozzanghere d’oro e d’argento, l’orto appare imperlato di mille collane di sfere cristalline, gli alberi ondeggiano, come più felici, più liberi, sgravati dall’opprimente calura immobile di pochi minuti prima. È questione di un istante solo, il momento dell’incontro, del primo amplesso tra il sole e la campagna bagnata, e tutto brilla e freme.
Poi le cose cambiano immediatamente, la terra beve avida, lasciando solo poche gore di fango, le foglie si sgorlano di dosso quegli ornamenti forse troppo sfarzosi, il sublime contrasto tra la luce del sole rinato e le nubi plumbee si smorza, mano a mano che queste scompaiono così come son venute, riassorbite nel nulla di un’atmosfera più fresca e pulita. […]
C’è però un unico scravasso, che di solito può passare inosservato, ma che, tra tutti, si veste di sembianze malinconiche. È il scravasso di fine agosto, che però può arrivare anche ai primi di settembre. […]

Come in molte cose della vita, forse in tutte, durante quell’ultimo scravasso capisci che dopo l’estate non sarà più la stessa e, in ultima analisi, non ci sarà più un’estate per un altro anno intero. Si guarda piovere dalla finestra e l’acqua scende come tante altre volte, ma quelle gocce portano via il sole, il calore, il turgore della frutta, la pienezza degli orti, l’aria aperta, le fughe, le speranze, la solitudine ingenua e ricercata dell’infanzia.
Quest’ultimo scravasso è come tanti amori. Ci stai dentro superficialmente, li vivi come se dopo, tanto, ce ne dovessero essere all’infinito. E non capisci che quell’amore, se finirà, non tornerà più e rappresenterà una perdita. E per quanti possano essere i nuovi inizi, quell’amore, malvissuto, pieno di errori, di meschinità, resterà nel cumulo, più grande giorno dopo giorno, delle cose perse per sempre.
Per fortuna l’incoscienza è un valido aiuto contro gli errori dell’uomo e le sottili ingiustizie del tempo, e così quell’ultimo scravasso scivola via, inosservato, gratuito, e l’autunno arriva senza nemmeno, il più delle volte, essere distinto dall’estate.

Se solo avessi prestato maggiore attenzione all’ultimo scravasso.

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Coop for words 2016 – Un piccolo infinito mondo tondo

L’antologia di Coop for Words 2016 porta come titolo un verso di amorèunalinguachegraffia, vincitrice della sezione Poesia e io mi sento felice e onorata di questo riconoscimento, venuto da due bei nomi della poesia italiana: Gianmario Villalta e Lello Voce.
L’antologia è reperibile in tutte le librerie Coop e contiene racconti, poesie, canzoni e fumetti dei dieci finalisti di ciascuna sezione del concorso.
20161105_110906
amorèunalinguachegraffia
la bocca piena di un idioma nuovo
grafemi sconosciuti che si scrivono
da soli – non c’entrano gli apostoli
amore è una lingua che graffia– e graffi
arcobaleni distorti nelle vertebre, colori
disuniti. mi attraversi
c a r t i l a g i n i
il midollo nelle mani amore
amore | amore
disunito | simmetri
come i | co che
tuo | non
.-i colori | combacia
amore non sutura delle mie lacerazioni
 
sei filo teso di arcolaio nel tuo sorriso disumano nella tua bellezza e quanto sei bella amore misura del mio vuoto quando ti frapponi tra le mie pareti e il cielo e come sei tremenda quando sei solo telaio di sabbia a tessere mancanze io soffro d’abbandono e così divento vento di scirocco porto umidità collosa mi abbandono pesante alle tue braccia io ti amo di un amore che si parla nuovo che cerca coincidenze non singole tangenti/al punto
o se un punto è un piccolo infinito mondo tondo mare terra darsena e deserto
mi basta anche la singola tangenza
per amore, che è una lingua che graffia
e non c’entrano gli apostoli
la vita bianca hai nelle mani
la trascrizione traduzione
di un idioma nuovo di cui ho
la bocca piena
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La rosa in più mi ospita con tre inediti

Un grazie di cuore a Daita Martinez che ha voluto leggere e condividere tre miei inediti e una piccola riflessione su ciò che la poesia rappresenta per me e a Salvatore Sblando che mi ospita sul suo blog.

Mi si chiede della poesia. Cosa sia per me è ancora un mistero, so che mi accarezza quando tutto il mondo scompare, quando devo reinventarlo per non vivere in una stanza vuota. So che si fa amica s…

Sorgente: Poesia: Roberta D’Aquino, inediti.

Immagine | Pubblicato il di

E come lo dici questo soffio
che mi raffredda sotto le lenzuola
questo frugare il gelo dei pettirossi
nella macchia di sangue e cuore
io lo dico facile, con la parola
da non pronunciare una promessa
silenziosa, una goccia
di sale. perché le mancanze partono
dai treni come passeggeri qualunque
e lasciano polvere sotto al divano
dei mille film ancora da vedere
lo dico semplice, senza un addio
perché sei il tu di ogni mio verso, il male
all’inverso, la buccia dell’uva, la goccia
del vino marittimo. La curva di legno
del dondolo di mia madre che sembra
un capriccio spigliato. Lo dico in silenzio
ma voglio che leggi il braille sul mutismo
dei polpastrelli nudi. Non parlo e tu senti
non guardo e tu vedi non dormo e tu
sogni. si fa presto a promettere
mantenere è il lusso di chi
ha molto coraggio. lo cerco a tentoni.

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è nato, sorride!

Non si sa mai che i sogni si avverino, sempre meglio essere pronti! Così la avevo pensata 5 anni e 5 mesi fa, quando confessavo in questo mio nascosto angolino, di avere un “piccolo” desiderio ancora in limine. Non sapevo se sarei riuscita a lavorarci su, soprattutto se lo volevo davvero, se mi sarei messa in gioco e… come sarebbe stato, quali forme e quali pensieri avrebbe contenuto. Nel frattempo però, avevo un nome. Meglio di niente, no?!
Sono passati 1976 giorni esatti e “Il senso sparuto del vuoto” non è più solo un nome, ma un piccolo scrigno di carta, un cuore pulsante e desideroso di essere conosciuto e a me tremano le dita mentre ve lo racconto.
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Per chi volesse, è acquistabile su Terra d’ulivi edizioni che ringrazio.

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Poesia semplice n.3

Vorrei essere un giorno come i vecchi
guardare il mare da una verandina
profumo di limoni, i gelsomini
o un pergolato di glicini per l’ombra
Raccoglierne un grappolo dai capelli
sfiorare Capri col tuo dito indice
– forse sarebbe un’altra terra emersa
Io e te solo una corsa di delfini-
Vorrei il silenzio dell’estate fresca
quel frinire in lontananza, le macchie
verdi, gli occhi colore di nocciola
e la vita sulle labbra a piccole
rughe, tante quanti saranno i fiumi
che ci avranno riportato a galla

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Ci fu un tale bisogno di abbracci
che ci mettemmo a regalarli nelle piazze
e non bastava, ce li scambiammo
alla stazione, lunghi, con la gente
che ci camminava intorno come un gregge
che evita l’ostacolo o le formiche
intorno a una briciola di pane.
Ci mettemmo a sognarli di notte
ogni notte un abbraccio diverso
erano tutte persone passate, occhi
non più visti.

Stanotte è toccato a Eduardo.
Non lo vedo da anni. Nel sogno
Eduardo aveva avuto una bimba
lo abbracciammo a lungo.
Ci svegliammo felici.

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“Di questo legno storto che sono io” Irene Paganucci

Di recente ho avuto il piacere di conoscere la poesia di Irene, grazie al premio Rimini che quest’anno l’ha incoronata vincitrice. Non sono qui a proporvene la lettura per questo titolo conquistato, ma perché le sue parole mi hanno tenuto compagnia e mi hanno fatto venire voglia di conoscerla anche di persona. Per me, questo fattore compone la cifra decisiva sul valore di un testo poetico.

Erano giorni lunghi e noiosi di trasferta lavorativa in Romania quando le ho chiesto l’amicizia su FB e quando, per la disperazione, mi ingozzavo con i panini in plastica di McDonald’s. Una sera, tra una parola, una patatina e un sorso di Coca-cola, Irene mi ha mandato il suo primo libro “Di questo legno storto che sono io” (Marco Saya, 2013). Lei non lo sa, ma appena rientrata in hotel l’ho letto tutto di un fiato.

Le parole di Irene sembrano essere fatte apposta per nascondere qualcosa, per mostrare una apparente leggerezza, per raccontare con semplicità e con estremo pudore della gioia e del dolore, dell’amore e di sé stessa. Non per niente in apertura ci sono tre splendidi versi che dicono “Ma per favore con leggerezza / raccontami ogni cosa /anche la tua tristezza.” [Patrizia Cavalli, “Le mie poesie non cambieranno il mondo”] e così anche lei ha deciso di raccontarsi allo stesso modo, di prendere spunto dal quotidiano, di farci partecipe di momenti di grande dolore senza che per questo il lettore potesse compatirla. Forse l’ironia ma anche una visione fanciullesca del mondo, dove la curiosità e la fantasia prendono il primo posto, può rappresentare il mezzo migliore per superare tutto, per dipingere “di menta e blu” ogni cosa.
Ho deciso di proporre qui tre suoi testi tratti dal libro. Non voglio stare a parlarne, lo fanno già da sé.
L’ultimo è il mio preferito. Spande dolcezza da ogni lettera.
La cosa più bella delle poesie di Irene è che, dopo averle lette, sentirai di volerle un po’ di bene, anche se non l’hai mai vista.
Buona lettura a tutti!

*  

Tubetto   

Io il dentifricio sempre
quando è nuovo
lo strizzo nel mezzo.
E se come panno
di spugna mi allacci
mi faccio tubetto
da premere al centro
e spargo sempre
quando sorridi
parole di menta
e blu.

*

Mostrarti allegria è il gioco quotidiano
dello spazzolino dopo ogni pasto,
della doccia al mattino:
lavare per sporcare per ridarmi
un lustro che durerà un paio d’ore.

*

Se è vera quella storia, quella storia
che a ogni ruga del viso
corrisponde un frammento
della vita, io pretendo, sì, pretendo
che torni e che mi dici
Questa, vedi, questa qui sulla fronte
è il primo ginocchio sbucciato e questa,
questa vicino all’occhio (buffo, sembra
quasi una ciglia) è il bacio
che poi non ho dato; invece qui, toccalo,
c’è il primo dolore.
E questa, questa a lato della bocca,
che c’hai quando ridi, cos’è?
Questa sei te.

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Toglimi il sangue

E dove appari tu
che in questo mare di zolle perdute
vacilli e affoghi
fiamma e stoppino insieme
nella cera albergata tra le mani
sul muro in fondo a questo buio
mi ammansisci
bestia da cortile che pende dalle labbra
di una notte ancora scura

Domani sarà livido come oggi
questo cielo che raccoglie le note
delle tue gambe; la lingua indovinata
da nessun poeta
sento strisciare sulla dorsale
e fili elettrici, eclettici, mi confondono

Toglimi il sangue, dammi uno scroscio
salino. Verrò domani a recarti un fiore
verrò a dondolarti sull’orizzonte
toglimi il sangue fino al vago negli occhi.

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