pensieritudini a poca voce

Apro questo angolino dal nome semitetro perchè in molti mi hanno chiesto come mai non avessi un mio blog aggiornato. Per farli contenti, insomma! Sarà anche che ad un certo punto sento l’esigenza di un posticino dove conservare pensieri vecchi … Continua a leggere

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Dagli anni ’80 è tutto

Avrai una nota del cellulare piuttosto
Che una penna per scrivere dei versi
Trovare la quadra della tua giornata
Dopo ore in un cubo bianco di circuiti
E forse a questo si riduce la vita
Di uno prossimo ai quaranta
Che non ha provato a campare
Col solo suo pensiero battuto sulla carta.
Qui, dagli anni 80 é tutto.
A saperlo che nel ventiventi avresti avuto
Un desiderio e la mente vuota da tutto
Quell’affanno di parole che sgomitolerai
per anni. A saperlo…
Dagli anni 80 é tutto, si chiudono i battenti
Il bar delle parole è vuoto. Il futuro ha
parlato chiaro di un lavoro dignitoso
Dello stipendio da portare a casa
Del sogno che resta nel cassetto
Della forza di combattere che
dimenticherai. Eri nato per grandi cose
Un bicchiere impolverato cade
Gracchia ultima la saracinesca nella notte.

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La via dei librai – Palermo

Il 5 e 6 Settembre a Palermo c’è questa bellissima iniziativa a cui il mio editore partecipa. Tra le novità editoriali della casa editrice, trovate anche la mia ultima fatica di cui scommetto non ricorderete il nome!!! 😀 io non potrò esserci, siateci voi!

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Il confine ideale di questo nuovo popolo

Come promesso e sempre per la somma gioia di tutti, sto cercando di recuperare il tempo perso.

In questo post vorrei tornare a dire un grazie di cuore a Lucia Cupertino che un anno fa di sti tempi mi ospitava sul suo e-zine La Macchina sognante.

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Franca Alaimo su “Un istante di grazia”

La presenza in questa raccolta poetica di Roberta D’Aquino di un “tu”, sostanzialmente ambiguo, sposta di continuo il termine di riferimento, di volta in volta identificabile (e in prevalenza) con l’uomo amato, o con una donna ( “ho scrutato i tuoi occhi truccati da gatta”), o con la poesia (“fiamma e stoppino insieme / nella cera albergata tra le mani”) o ancora con un “io” che, per empatia, si sovrappone al lettore.

Una tale ricchezza e mobilità emotiva sono di fatto le cifre connotative di un poetare che procede per episodi memoriali, i quali assumono una loro liquida continuità grazie alla musicalità che li sorregge e ad un comune processo di demateralizzazione, quasi che persone, luoghi, eventi appartengano ad una dimensione onirica.

Spesso nel silenzio notturno realtà e immaginazione si mescolano, la memoria travasa continuamente i vari segmenti temporali l’uno nell’altro, così che il passato torna a farsi presente attraverso un repentino passaggio dei tempi verbali, mentre intanto la descrizione si sposta dallo spazio esterno a quello interno della propria casa e da questo all’altro più vasto e affollato del proprio sé, a cui sempre è ricondotta ogni cosa, tant’è che si potrebbe dire che la poesia costituisca per la D’Aquino uno strumento di interiorizzazione del mondo.

Pure in questo oscillamento spaziale si possono individuare diverse città, fra le quali: Napoli, dove l’autrice è nata, (“Dormire come il golfo tra gli intrecci delle reti”); Treviso dove vive e lavora, (“Venivo da un paese lontano … nuovo popolo con i suoi pensieri di nebbia / con la lentezza dei fiumi, la dolcezza dei campi … Venivo e mi sentivo straniera / inascoltata”; Venezia (C’erano mille scale e mille ponti / e tetti di tegole aguzze, e mattoni rossi / e l’acqua, sempre l’acqua, ovunque.). In tutte domina l’acqua, che sia il mare, il fiume, la laguna, (ma anche, come in altri testi, la pioggia e l’umidore dei corpi): l’acqua che scorre come il tempo e la memoria del tempo secondo quel flusso di coscienza di sapore joyciano, a meno che essa (l’acqua-memoria) non si ingorghi frantumando e slegando frammenti di ricordi, facendo gocciare ad una ad una le parole per raccontarli: “un istante. di grazia. la grazia. la quercia. la cura. nuda.”

La poesia s’incunea nella paura della perdita (“l’addio posto ad apice della felicità”) rielaborando e trasfigurando, così che, nonostante il prorompere talvolta violento della realtà, l’autrice possa sempre ricondurre ogni cosa al proprio sguardo-θεάω (occhi e bocca sono gli elementi corporei più frequentemente citati, come dire che l’esistere è un teatro raccontato dalle parole), in modo da sostituire alla raffigurazione la trasfigurazione.
La vicenda biografica dell’autrice appare, dunque, come in filigrana, privilegiando più che i contenuti-eventi, le tracce rimaste, quasi un distillato di emozioni che assumono le forme e il ritmo di versi sempre finemente lavorati, ubbidienti, innanzitutto, all’esigenza del suono.

È la stessa D’Aquino a indicare questa via di lettura nell’esergo tratto da un testo poetico di Vittorio Sereni, che dice: “Non saremo che un suono / di volubili ore noi due/ o forse brevi tonfi di remi / di malinconiche barche”, in cui possono rintracciarsi tutti i nuclei portanti del suo poetare: il suono, il tempo, la sua volubilità e brevità, il mare, l’amore.

Franca Alaimo

Franca Alaimo è nata nel 1947 a Palermo dove vive. Esordisce come poeta nel 1989 con Impossibile luna (Antigruppo siciliano). Seguono le raccolte: Lo specchio di Kore (1996, Tracce), Il giglio verticale (pref. M. G. Lenisa, 1997, Bastogi), Il luogo equidistante (1998, Laboratorio delle Arti), Il messaggero del fuoco (1999, Thule), Samâdhi (2000, Bastogi), Magnifici dispetti (pref. N. Bonifazi, 2001, Helicon), Giorni d’Aprile (2002, Thule), Lo splendore imperfetto (pref. F. Loi, 2005, Thule), Corpo musico (2007, Il Bisonte), Amori, Amore (2009, La lampada di Aladino-The Lamp Art Edition), 7 Poesie (2011, Il Bisonte),  Alejandra es aquí (2010, Editorialdeloimposible), Sempre di te amorosa (2013LietoColle), Come ninfee (con S. Strapazzini, 2015, Girovaghe dell’anima/4), l’antologia Fil rouge (2015, Ed. CFR), Sorsi (2015, e-book La Recherche). Con il romanzo breve L’uovo dell’incoronazione (Serarcangeli) esordisce nella narrativa. Ha tradotto le raccolte di Peter Russell: Le lunghe ombre della sera (Il foglio Letterario) e Vivere la morte (Paideia). È autrice di saggi sulla poesia di numerosi autori.

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“Di questo andare scalzi nel tempo”

Dalla postfazione di Gianluca Furnari

“L’habitat naturale della poesia di Roberta D’Aquino, giunta con questa silloge alla sua seconda prova dopo “Il senso sparuto del vuoto”, sembra essere un paesaggio turbolento, soggetto a continui mutamenti atmosferici, annuvolamenti repentini e improvvise, larghe schiarite: «C’erano mille scale e mille ponti / e tetti di tegole aguzze e mattoni rossi / e l’acqua, sempre l’acqua, ovunque» (XV). A voler azzardare una definizione meno impressionistica, si direbbe che “Un istante di grazia” è un libro sul tempo, raccontato nella pienezza delle sue diramazioni semantiche e connotazioni introspettive, dal tempo atmosferico alla malinconica accelerazione del ‘time-lapse,’ passando per il «tempo morto» (XXXVI) in cui pensiero e parola vedono la luce. Aggirandosi in profondità tra residui del passato e barbagli di vita futura, la poesia di questo libro nasce postuma, dopo un’esperienza d’intensità emotiva che travalica sé stessa, scompagina il prospetto delle cose, mina l’articolazione stessa della parola.”

ix

Fu solo un istante di grazia
un istante. di grazia.
la grazia.la quercia. la cura. nuda.
un istante di  grazia l’averti nel letto
le braccia. i fili d’erba. i quadrifogli.
Avevi le mani nell’alba
avevamo occhi di sandalo e malva
avevo due cuori e il bianco del sole
poi i sassi. troppi sassi. le scarpe piene di sassi
Tutto tace. la grazia tace. domani
il bianco si sporca. che fai?
duri ad angoli nuovi la mano sul petto?
giuri verità di cristallo sulle guglie del tempio?
Tutto tace. Il cremisi della tua bocca si spegne.
Perdo consistenza nel dondolio del dolore.
i pazzi. i camici bianchi.
cadono pezzi dalle mani. mi affanno a raccogliere i pezzi.
non ci sono che pezzi.

xiii

Non so più di te, di me
di questo andare scalzi
nel tempo

xxi

Nevica sui tulipani, sugli alberi
rinnovati. Nevica sulle rondini
in volo. Ristagna la primavera
un letargo forzato, le parole

che seccano grevi sotto le gemme.
Bisognava cogliere il fuoco prima
del gelo rinato, dello stivale
nel pantano lasciato da quel tuo
passo sporco – sembra- un poco affrettato
l’impronta di un sole subito spento

xxxiv

Quello che non ti ho detto
è che andando mi hai scavato
profondissima la miseria in corpo
l’hai pittata blu come la nostalgia
l’hai fatta sembrare il mare
che non vedo più quando mi affaccio


e ora che ho girato la lingua dal lato
della nascita, sento le parole
come parlate volgari spuntare da una nassa


Non c’è felicità più grande
che tornare ad assaggiarti

xxxvii

Tenersi il cuore tra le mani
questo sì, bisognerebbe a volte
quando la sera si sta in silenzio
nella tv che stride color lavagna

Spegnerla o non ascoltarla

Invece guardarlo con l’abbraccio
negli occhi – bagnarlo, sì
di una piccola tonda commozione

non è un pugno animoso
non è una pietra che batte
il cuore è un organo forte

Allora potresti vederlo tremare
o sentirne il respiro più veloce
tenerlo tra le mani e ogni tanto
ri-cor-dare la pace che gli spetta

Infine sapere perché è un organo
d’amore perché si dice crepa-cuore
qual è il significato di cor-doglio
quando una vita cara lasci

e all’improvviso tutto resta spoglio

Testi da Un istante di grazia (il Convivio ed.2019)

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rieccoci…

E’ tanto tempo che non aggiorno il blog e so – ne sono certa – che vi sono mancata moltissimo! che non potevate proprio fare a meno dei miei articoli e che quindi avete girato e rigirato nel blog come in un labirinto da cui non volevate davvero uscire imparando a memoria ogni singola parola presente! XD così sono tornata per alleviare le vostre pene!

Cosa sarà successo in quasi due anni di apparente inattività?

ebbene… non è stata del tutto apparente! ma anche se non mi sono data ad eventi mondani, superpresentazioni, festival and so on, qualcosa è successo (guardare collage!!):

poco meno di un  anno fa è nato un fratellino piccino picciò di SensoSparuto che ho chiamato Istante, per la precisione “Un istante di grazia” (ed. Il Convivio). E’ venuto per caso… coi secondi capita (:P)… ed è stato un grande succes… eh  no, Regalo! Un regalo perché la poesia è dono ogni volta che torna, un regalo perché la postfazione è stata curata da un amico che stimo così come l’immagine di copertina è di un amico che adoro, un regalo perché Franca Alaimo mi ha regalato una sua recensione, un regalo infine perché a volte dimentichiamo chi siamo ma poi tornano le parole a ricordarcelo.

Ma andiamo con ordine:

A fine 2018 ho la “malaugurata” idea di partecipare ad un concorso che prevedeva l’invio di una silloge inedita per la pubblicazione. Il concorso era organizzato dall’Accademia internazionale “Il Convivio“, anche rivista culturale e casa editrice.
Mica avevo già la silloge… avevo pensieri sparsi, raccolti negli ultimi due anni, qualcuno mi convinceva, qualcun altro molto meno e all’inizio non sapevo nemmeno se sarei riuscita a trovare un filo che li unisse. Invece il filo si è materializzato testo dopo testo come la rete di una ragnatela e ho inviato.

A inizio 2019 Sebastiano Adernò lanciava un bellissimo progetto dal nome “Per una botanica della poesia” e  io partecipavo con Controluce e d(‘)intorni che per l’occasione è diventata un disegno, una cartolina, un audio.

Per lo stesso progetto, presenziamo al “Festival della poesia verde” di Samuele editore ad aprile dove vado coi compagnucci miei a presentare il progetto e a leggere qualcosa.

Arriva giugno e scopro che quel filo tessuto in fretta aveva dato vita a qualcosa che alla giuria del premio di cui sopra era piaciuto! squilli di trombe, tamburelli, menestrelli!!! si parte per Catania! quella trama aveva vinto la pubblicazione! e così è stato che per buona parte dell’autunno si è lavorato alla bozza, con l’ausilio grande del mio editore, che si è trovato il postfatore, tale Furnari, ormai amico da una vita, che la copertina nasce da uno scatto di tale Putignano, amico più “nuovo” ma non per questo manchevole dei requisiti giusti per essere chiamato Amico!

Nel frattempo cerco di imparare a usare una reflex con scarsi risultati, viaggio avanti e indietro dagli USA per lavoro, mi libero dalle mie catene mentali e faccio la mia prima vacanza in solitaria solcando le acque del Mar Egeo.

Vengo ospitata sull’ e-zine di Lucia Cupertino La macchina sognante con quelli che saranno alcuni dei versi che ritroverete poi in Un istante di grazia e collaboro con la rivista Digressioni con alcuni testi. Digressioni a un certo punto decide di diventare anche editore e esce, tra le altre, l’antologia poetica Soglie in transito che contiene anche miei  inediti e che potete acquistare sia in cartaceo che in ebook.

Rinasco, comincia il 2020, scribacchio versi, arrivano il covid e il lockdown, rimuoio e rinasco, cambio lavoro e città e ora sono qui a raccontarvi che, finalmente, sto di nuovo per andare in ferie!! E che prima di salutarvi aggiornerò il blog con queste piccole novità e con alcuni testi dell’ultimo nato. Lo so, sprizzate giuoia, siete di nuovo vivi dopo tutto questo!

Allora buona estate cari internauti!! see you soon or more or less… but anyway… see you, for sure!

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il silenzio dell’imbarcadero

Era collocato a destra della porta il cesto
degli ombrelli. Due, uno dimenticato da qualcuno
in epoche remote, l’altro comprato quel giorno
che in piazza a Caserta venne un acquazzone
proprio mentre dovevamo andare.

Fu felice l’uomo giunto su un barcone
dei cinque euro guadagnati. Io meno
pensavo si sarebbe rotto il tempo stretto
di arrivare a casa. Invece sopravvive ancora
fa il suo duplice lavoro:
tiene la testa asciutta quando serve
e mi ricorda il lungo abbraccio alla stazione.

Fu il primo e per ora l’unico così, ma quando dissi
che ti ho voluto bene ancora prima di conoscerti
pensavo agli abbracci che avrei voluto darti
prima di quello e dopo

L’affetto non si decide, avviene
e spesso sosta a destra della porta, profondo
il tempo che basta per asciugare la perdita
per accogliere la pioggia dell’avvento in una sera
o in un mattino in cui ci si ferma a pensare
– come fanno i vecchi- che si stava meglio
quando si stava peggio

In riva al fiume oggi mescoliamo tutti gli affetti
con la birra in mano. Da tramonto diventa
notte senza avvertire e il cielo rompe
gli indugi con un lampo forte. Cade una goccia
è come un risveglio. È ora di andare.
La notte parla il silenzio dell’imbarcadero
deserto. Ci taglia lo sguardo un pipistrello.

Portiamo noi la pazienza e la tenacia di chi
i legami li tesse filo a filo con le mani
e poi se li porta in giro per il mondo.
Sembra un lavoro antico. Per questo
non ci perderemo: a mille distanze
ciascuno sotto il proprio ombrello
avremo un richiamo per ogni raggio intero
o spezzato dal vento. Una casa
mobile.

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Noi del Carrao

“Non si è mai vista un’estate così” dicono tutti. Lo dico pure io ma non è vero. Stamattina questi tuoni che mi svegliano mi portano alla mente quelle giornate di infanzia, di forse trent’anni fa, in cui temporali ne faceva eccome e noi bambini, in una semplicità e innocenza ormai perduta (e perduta per sempre non solo da noi, ma dal mondo), riparavamo sotto i terrazzini delle case sfitte o già chiuse per l’inverno.

Si sceglieva un villino al primo piano, perché quelli al piano terra non riparavano abbastanza. La bici si lasciava accostata alla siepe di recinzione e cominciava l’avventura: si scavalcava il cancelletto basso, tutti fradici di pioggia, come pirati all’arrembaggio di un veliero o naufraghi su un’isola deserta, si attraversava il giardino, si salivano le scale fino alla conquista della vetta. A tre, quattro di noi, seduti a terra sporchi e bagnati, ci raccontavamo storie inventate. A volte ci portavamo le carte. Le mamme non potevano chiamare per sapere dove fossero i propri pargoli adorati. Poi spioveva, magari dopo ore, e si tornava alle case. Zuppi. “Dove sei stato, disgraziato! Con questa pioggia!”. L’asciugamani già pronto in mano per frizionare i capelli. Le lumache enormi che facevano capolino sui muretti. Le madri operose che si disperavano per la giornata di sole perduta, per l’acqua arrivata fin dentro casa, per il lavoro da fare a ripristino. Tira fuori le sdraio, asciuga il pavimento, rimetti a posto tutto.

Sì, ci sono state estati così… Ma gli adulti rimuovono subito e i bambini nemmeno si accorgono.

Antonio lo ricorderebbe, lui che adulto non è diventato mai. E, a pensarci bene, lo ricordiamo tutti, noi, prima generazione del Carrao. Noi con le radici di liquirizia da seccare, noi dei rospi nella piscina comunale, noi delle invasioni alla riviera, della paura di Baffo e degli scappellotti di G. Noi delle passeggiate al fiume che sembrava lontanissimo, delle piogge e degli arcobaleni, di quel tempo lontano eppure così vicino. Noi che “Anche solo un giorno”, noi con i bambini, con la voglia di restare, con la nostalgia di mille altri “noi”.

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Esce dalle mani la fatica

Strappata al calcolo dei giorni

Pezzo a pezzo, quasi con dolore.

Prendi la testa, te la tieni stretta

Se un giorno a caso qualcuno

Volesse usarla come sasso scagliandola

Lontano lungo il corso delle cose

Oppure piattamente per farla rimbalzare

Sulle rovine quattro, cinque volte

Una mattina

Fluisce e poi si spegne così come arrivò

Una ferita aperta dai tuoi stessi graffi

Cicatrizza

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Le pale dei mulini di Zaanse Schans

Tu non lo credi ma la donna è un essere semplice
una città anarchica, che strenuamente si difende
e strenuamente attende la conquista.
È come le pale dei mulini di Zaanse Schans
in cerca del vento che le farà girare la testa
su una giostra
ed è come la terra selvatica, che aspetta di essere
dissodata lì dov’è l’aratro, il solco
per la semina.

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