La sedia di Vico Solitario

Siamo nei sassi. Di fronte la terra è brulla, è gialla di tufo scavato. Si potrebbe pensare ad una crivella, una mitragliatrice che abbia preso di mira la parete rocciosa e invece no: la corrosione dei venti, dell’acqua dove un tempo era mare, è stata lenta. Non ha a che fare con la furia e la violenza di uno strumento meccanico. Ogni scavo è dolce, arrotondato, sebbene nei suoi gomiti.
Nei sassi l’ho trovata, affacciata ad un muretto che dà sul pianoro del parco. È vecchia, sta là da chissà quanto tempo e ha raccolto la pioggia, il vento, la sabbia, la neve degli inverni più freddi, ma si presenta ancora ospitale. Sta là apposta per l’occhio dell’osservatore, discreta, perfettamente mimetizzata nel suo habitat: non chiama, non attira l’attenzione ma si offre a chi vuole fermarsi. Ho pensato che ce l’abbia messa lì un vecchio, tra una gradinata e l’altra, quando nella sua saggezza ha compreso, forse per le molte volte che si è fermato a guardare il canyon davanti a lui, che l’occhio si incanta di fronte a certi spettacoli. Si ferma a chiedere una sosta, un momento di riflessione lungo quanto il giro della lancetta sull’orologio della chiesa. Davanti alla natura che accoglie l’uomo e all’uomo che si fa spazio come può nella natura senza deturparla, creandone invece meraviglie, contaminandosi e sporcandosi di terra, si resta a bocca aperta, tremano le gambe e allora è meglio che lei sia lì, in caso non reggano oltre.
Come l’ho vista mi è piaciuta: di legno con la seduta imbottita di verde, faccia al parco come se lo contemplasse pure lei, la sedia. E non so dire perché, mi ha chiamato ad unirmi allo spettacolo. Ho sceso le scalette del Vico Solitario e sono andata a sedermi. Da seduti si vede meglio e nei colori tutti uguali, in quelle tinte di ocra e di verde, si distinguono più netti i profili di ogni casa, chiesa, tetto e campanile, di ogni muretto, di ogni grotta di questo presepe gigante nel quale oggi prendo il posto di un pastore moderno.
Lo schienale mi ha avvolta come una coperta e pur continuando a stonare –unica macchia di colore in quella foto a schizzi di seppia- mi sono sentita a casa, una casa spartana ma affettuosa, piena di quella premura che non si ostenta, piuttosto si nasconde per pudore.

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Una risposta a La sedia di Vico Solitario

  1. ciprea ha detto:

    aspetta creature gentili per condividere la bellezza…

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