“Di questo legno storto che sono io” Irene Paganucci

Di recente ho avuto il piacere di conoscere la poesia di Irene, grazie al premio Rimini che quest’anno l’ha incoronata vincitrice. Non sono qui a proporvene la lettura per questo titolo conquistato, ma perché le sue parole mi hanno tenuto compagnia e mi hanno fatto venire voglia di conoscerla anche di persona. Per me, questo fattore compone la cifra decisiva sul valore di un testo poetico.

Erano giorni lunghi e noiosi di trasferta lavorativa in Romania quando le ho chiesto l’amicizia su FB e quando, per la disperazione, mi ingozzavo con i panini in plastica di McDonald’s. Una sera, tra una parola, una patatina e un sorso di Coca-cola, Irene mi ha mandato il suo primo libro “Di questo legno storto che sono io” (Marco Saya, 2013). Lei non lo sa, ma appena rientrata in hotel l’ho letto tutto di un fiato.

Le parole di Irene sembrano essere fatte apposta per nascondere qualcosa, per mostrare una apparente leggerezza, per raccontare con semplicità e con estremo pudore della gioia e del dolore, dell’amore e di sé stessa. Non per niente in apertura ci sono tre splendidi versi che dicono “Ma per favore con leggerezza / raccontami ogni cosa /anche la tua tristezza.” [Patrizia Cavalli, “Le mie poesie non cambieranno il mondo”] e così anche lei ha deciso di raccontarsi allo stesso modo, di prendere spunto dal quotidiano, di farci partecipe di momenti di grande dolore senza che per questo il lettore potesse compatirla. Forse l’ironia ma anche una visione fanciullesca del mondo, dove la curiosità e la fantasia prendono il primo posto, può rappresentare il mezzo migliore per superare tutto, per dipingere “di menta e blu” ogni cosa.
Ho deciso di proporre qui tre suoi testi tratti dal libro. Non voglio stare a parlarne, lo fanno già da sé.
L’ultimo è il mio preferito. Spande dolcezza da ogni lettera.
La cosa più bella delle poesie di Irene è che, dopo averle lette, sentirai di volerle un po’ di bene, anche se non l’hai mai vista.
Buona lettura a tutti!

*  

Tubetto   

Io il dentifricio sempre
quando è nuovo
lo strizzo nel mezzo.
E se come panno
di spugna mi allacci
mi faccio tubetto
da premere al centro
e spargo sempre
quando sorridi
parole di menta
e blu.

*

Mostrarti allegria è il gioco quotidiano
dello spazzolino dopo ogni pasto,
della doccia al mattino:
lavare per sporcare per ridarmi
un lustro che durerà un paio d’ore.

*

Se è vera quella storia, quella storia
che a ogni ruga del viso
corrisponde un frammento
della vita, io pretendo, sì, pretendo
che torni e che mi dici
Questa, vedi, questa qui sulla fronte
è il primo ginocchio sbucciato e questa,
questa vicino all’occhio (buffo, sembra
quasi una ciglia) è il bacio
che poi non ho dato; invece qui, toccalo,
c’è il primo dolore.
E questa, questa a lato della bocca,
che c’hai quando ridi, cos’è?
Questa sei te.

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3 risposte a “Di questo legno storto che sono io” Irene Paganucci

  1. Stefano ha detto:

    ..viene voglia di lavarsi i denti adesso…di spremere quel tubetto e aspettarsi sorrisi e dolcezze come quando suona il campanello mentre dietro di te la porta si chiude..ed entri in quel negozio di riderie da cui non vorresti più uscire..

  2. maredinotte ha detto:

    è vero Stefano! 🙂 grazie di esserti fermato da queste parti!

  3. Giorgio ha detto:

    Bellissime poesie,semplici,vere.

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