La matita di Mario

Dove si nascondeva Marietto quando tutto perdeva la lucentezza della spontaneità, quali strade percorreva la sua mente, sua madre non poteva capirlo. Semplicemente lui stava da qualche parte molto lontana da lì anche se le sue ossa, la sua carne, la sua pelle, rimanevano racimolate sulla sedia della cucina. Una sedia di legno con le asticelle a sorreggere la distanza tra i piedi, ad opporsi alla forza che li voleva più vicini.
Doveva essere amore, pensava Marietto e con i suoi piedi grossi le strattonava. Voleva spezzarle per consentire alle due longilinee figure di riunirsi. Probabilmente non aveva calcolato la caduta o, forse, quella di restare seduto non rappresentava una delle sue priorità.

Era uno di quei giorni, che non capitavano poi tanto di rado, il cui il ragazzone dallo sguardo assente era in viaggio con se stesso. Gianluca, lì fuori, lo aveva deriso per l’ennesima volta a causa della sua calvizie prematura e per l’andamento claudicante che lo faceva procedere di sghimbescio, un po’ a saltelli, simile ad una ranocchia. Gli aveva fatto volare dalla testa il suo berretto rosso, senza il quale si sentiva menomato, che si era andato ad impicciare tra i rami di un albero non troppo alto, ma abbastanza per impedire al ragazzo di recuperarlo. Così, invece di inveire contro l’insolente compagno di scuola, abbassò la testa tra le mani per la vergogna e, ingoiando una lacrima, proseguì veloce quanto poteva in direzione di casa. Ora, incazzato nero più per la sua incapacità di reazione che per la cattiveria di Gianluca, torturava la povera sedia e fissava il suo blocco di fogli bianchi. Lui non voleva scrivere su fogli a righe o a quadretti, li voleva immacolati, spogli, anch’essi calvi, liberi da quei capelli ora liscissimi e dritti, ora ricci e ben sistemati.

Cosa fissava Marietto la mamma se lo chiedeva anche quel giorno, e nel frattempo lui era già entrato nell’altra dimensione. I numeri della lezione di matematica avevano preso vita… lo 0 gli aveva aperto un varco per entrare nel suo mondo segreto e fu lì che la X era diventata un grosso sole dai raggi lunghi che illuminava un bel prato di 1 verdi brillante. “Buongiorno Mario” lo salutò il signor 8 sorridente e rubicondo come sempre. Dal lago i colli lunghi dei cigni scrivevano serie di 2, il 4 era un bambino saltato in braccio al suo papà. Una mamma dondolava sulla pancia di un 6 e morbide nuvole di 3 disegnavano cuoricini nel cielo. Era uno strano mondo quello in cui era capitato, sembrava quasi di stare nel paese delle meraviglie e, in effetti, era proprio quello che Mario aveva sempre desiderato. Cominciò a correre felice salutando tutti. Era sicuramente un 5 proteso nello scatto e la visiera ben schiacciata sulla fronte.

Insomma, Marietto non inventava solo storie, ma faceva rivivere i numeri in paesaggi fiabeschi, ben lontani dal freddo mondo che, per tanti, rappresenta la matematica. E non li scriveva a penna – altra dannazione della sua insegnante- bensì a matita. Per tutti un vizio che non riuscivano ad estirpare, per lui l’unico modo per accedere al suo universo parallelo.
Il fatto è che i numeri scritti a matita hanno una rotondità rassicurante –si giustificava Mario, ma non lo faceva ad alta voce, consapevole che l’avrebbero trattato da scemo ancor più del solito, se lo sussurrava a mente contemplando il foglio con amore- sembrano accarezzare la carta con decisione e delicatezza.

Guardava i calcoli stesi sul foglio senza alcun interesse per il risultato, ammaliato solo dalla bella grafìa, dalla limpidezza dello spazio bianco tra i segni. Tutta quella purezza, quella semplicità, lo faceva stare bene. L’inchiostro invece era troppo violento per i suoi gusti e ogni volta che usava la penna, pasticciava sempre il foglio con mille scarabocchi e goccioloni neri o blu che non andavano mai via. Invece con la matita sì, che aveva stile!
Forse si trattava della morbidezza della grafite sbriciolata, o della quiete del grigio, fatto sta tutto scivolava con naturalezza.
Passò sotto una fila di lampioni spenti saltando nella luce tenue del tramonto, aggrappandosi ai poggia fiori a metà altezza dei suoi 7 e le gambe divennero talmente veloci che nel turbine della corsa nemmeno si vedevano, avevano solo la curva, rotonda e liscia, di un sogno.

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