Soliloquio dell’internauta tipo (arringa dell’addio)

Anonimo.
Anonimo.
E non siamo già abbastanza anonimi, forse
tra l’anonimo grigio dell’asfalto, dei pali della luce
delle panchine di ferro?

Ho le ginocchia raccolte al petto
il culo a strisce, la schiena a strisce.
Non sono juventino, nè milanista, ti assicuro.
Non è una fede questa delle righe orizzontali
sulla parte posteriore del mio corpo. O forse…
forse sì.

Anonimo. Ho scelto di restare anonimo.
Ma non è come quelli che hanno un viso qualunque. Quelli che passi accanto, tocchi spallaespalla nella calca e dopo mezzo secondo li hai scordati.
Quello è l’anonimo quotidiano.
Potrebbe aver fatto a pezzi la moglie adultera, potrebbe tenerla nel congelatore di casa e tu non lo crederesti.
Non lo sospetteresti.

No. Io sono anonimo con un nome finto.
Ho un volto che non conosci
vizi e virtù che trapelano a sprazi come quando “schizzechèa” e c’è il sole.
Sono anonimo perchè come il personaggio di un romanzo puoi immaginarmi come ti piace. Sì. puoi romanzarci sopra ed io ne sarò contento.
Intanto, ho qualcosa in comune con lo psicopatico di prima:
mi confondo nella folla.
Lascio segni e poi me la do a gambe.

Cazzo queste righe. Questa panchina dolorosa.
Questo culo che non si scolla, il sudore è una striscia di nastro adesivo. Dovrei strapparmi.

Che poi…
credi che sia facile?
fascino. scoperta. bellezza.
mille occhi, mille strade, mille limbi. mille.
Siamo tutti in attesa in un nostro limbo personale, anche chi crede che NO, che sta nel suo bel purgatorio, insostenibile inferno, noioso paradiso. NO.
Se hai una maschera hai anche le ginocchia immerse nella palude limosa del tuo limbo.
E allora -dico- tu mi lasci aperta la tua porta e io entro con la mia maschera. Anche tu hai la tua -se non ce l’hai sei un fesso- siamo alla pari, è tutto dichiarato. Già dall’inizio.
Ed io ho il diritto di rimanere anonimo, come te.
Se ti giochi questa possibilità (coglione che non sei altro) non è colpa mia.
Io ho il diritto di entrare, e di uscire proprio come sono entrato: dalla porta che dà sul nulla. Ma mica è facile.
scoperta, fascino, bellezza.

Cosa? ho il dovere…
il dovere morale di non legarmi a nessuno? di far sì che tu, alla fine, non mi voglia bene? ah!

Ah, dici… sembravo in cerca d’affetto.
Forse hai ragione, sai? Cercavo affetto, volevo darlo ma
nei limiti dell’anonimato. Che se un giorno mi girano le palle e questo affetto non lo voglio più, posso dissolvermi come il coniglio nel cappello del prestigiatore sotto gli occhi disattenti dello spettatore. E tu sei lo spettatore disattento. Hai guardato la voluta scenografica della sua mano destra, la bacchetta col pomo bianco e non hai fatto attenzione alla sinistra. Io sono svirgolato sotto al tavolo.

Infondo, tu non ci crederai ma, avrei tanta voglia di chiamarti. Dirti che ho il mio silenzio che mi chiama, che ho smesso di portare maschere di cartapesta dai colori sgargianti di un carnevale troppo eccentrico. Che ora cammino per strada e la mia faccia è una delle tante. Quelle che si dimenticano subito dopo lo scontro spallaespalla nella calca.

-Mi scusi
-No prego, scusi lei

E scivola una rosa bianca sull’asfalto. Ultima foglia d’eccletismo.
Si sgretola al contatto. I piedi sopra, nella marcia della fretta.
Peccato, era così bella.
Ma sai, è meglio così. Non lasciamo tracce.
Ho il culo a strisce e mi dispiace un po’. E poi chissà, forse tu nemmeno ti ricordi.

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