pensieritudini a poca voce

Apro questo angolino dal nome semitetro perchè in molti mi hanno chiesto come mai non avessi un mio blog aggiornato. Per farli contenti, insomma! Sarà anche che ad un certo punto sento l’esigenza di un posticino dove conservare pensieri vecchi … Leggi l’articolo completo

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‘na resata

a mamma

scoppia nu poco rotta
mentre piangi
perch’io non ho i tuoi seni
floridi a farti da cuscino o mare
calmo per nascondere le lacrime

solo le parole per fare
ancora luce

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innamorati dell’istante più triste
l’addio posto ad apice della felicità
virgola alta che cade dagli occhi

innamorati dei piatti sporchi
dell’indice sulla lama del coltello
la sua forza composta, senza ghigni
di sforzo. la geometria e la fisica

e quando vedrai un rettangolo
innamorati dei lati, percorrili
sulle linee rette larghe un piede
concentriche, fino ad essere –l’area-
un piede solo. s’impara l’amore

nella matematica, nelle briciole
di torta educate sul fazzoletto
e la prima colazione è labbra
di nutella, mani di caffè, il ragù
della signora di fronte che s’è
alzata presto e non sa

delle tue spalle

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[scene]

contrattempi si disse
appena uscito da due fessure spioventi
ed erano laghi di sale
bruni come la bruma del bosco
al tramonto. una perdita momentanea
della direzione si disse ancora
e la strada era liscia e assolata
nitida, ma non un passo in avanti

tornò a quelle dolci
fessure
spioventi

Inserito in le mie poesie | 3 commenti

post it n.one

non senti
come si colloca il vento dentro di noi?
viene ad asciugare i passi e le lance
tagliato orizzontale da fenditure d’acqua
-riposiamoci su questo velo, al coperto
contiamo i figli che ha lasciato a raccogliersi
seme a seme- nasceranno alghe marine
i pesci tra questo vento e il cielo

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ma che vuoi…

e fanculo!
io ti voglio sentire anche nelle parole sconvenienti
anche nelle grezze ti voglio sentire, anche nel dolore
per quello schiaffo che mi darebbe mio padre dopo un vaffanculo
e me ne fotto: della gente, del rumoreggiare di fondo
degli annunci della stazione, me ne fotto dei capotreni
se salti nella porta che chiude, se mi baci al volo di fronte al mondo
quel cavalcare diventa mare, voce del verbo a-mare
sui sassi lisci e sui vetri acuti – nella riva del piede il poco sangue
che succhi come uscisse dal cuore

è roba che fa male questa, è roba da ricordare
e fa bene, fa stare bene almeno un minuto
il tempo di non pensare che c’abbiamo due gambe, il conto svenato
e tanta strada da attraversare – intrighi di parole
troppo a lungo raggomitolate o nodi nel pelo d’un gatto-

la randagia foga di averti mi ruba anche la fame e lo so
non condividi lo stile, non ci trovi un senso
ma che vuoi, stasera mi stridi sui ferri del nonmiscordodite
e bestemmio il cielo, pur non essendoci avvezza

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La sedia di Vico Solitario

Siamo nei sassi. Di fronte la terra è brulla, è gialla di tufo scavato. Si potrebbe pensare ad una crivella, una mitragliatrice che abbia preso di mira la parete rocciosa e invece no: la corrosione dei venti, dell’acqua dove un tempo era mare, è stata lenta. Non ha a che fare con la furia e la violenza di uno strumento meccanico. Ogni scavo è dolce, arrotondato, sebbene nei suoi gomiti.
Nei sassi l’ho trovata, affacciata ad un muretto che dà sul pianoro del parco. È vecchia, sta là da chissà quanto tempo e ha raccolto la pioggia, il vento, la sabbia, la neve degli inverni più freddi, ma si presenta ancora ospitale. Sta là apposta per l’occhio dell’osservatore, discreta, perfettamente mimetizzata nel suo habitat: non chiama, non attira l’attenzione ma si offre a chi vuole fermarsi. Ho pensato che ce l’abbia messa lì un vecchio, tra una gradinata e l’altra, quando nella sua saggezza ha compreso, forse per le molte volte che si è fermato a guardare il canyon davanti a lui, che l’occhio si incanta di fronte a certi spettacoli. Si ferma a chiedere una sosta, un momento di riflessione lungo quanto il giro della lancetta sull’orologio della chiesa. Davanti alla natura che accoglie l’uomo e all’uomo che si fa spazio come può nella natura senza deturparla, creandone invece meraviglie, contaminandosi e sporcandosi di terra, si resta a bocca aperta, tremano le gambe e allora è meglio che lei sia lì, in caso non reggano oltre.
Come l’ho vista mi è piaciuta: di legno con la seduta imbottita di verde, faccia al parco come se lo contemplasse pure lei, la sedia. E non so dire perché, mi ha chiamato ad unirmi allo spettacolo. Ho sceso le scalette del Vico Solitario e sono andata a sedermi. Da seduti si vede meglio e nei colori tutti uguali, in quelle tinte di ocra e di verde, si distinguono più netti i profili di ogni casa, chiesa, tetto e campanile, di ogni muretto, di ogni grotta di questo presepe gigante nel quale oggi prendo il posto di un pastore moderno.
Lo schienale mi ha avvolta come una coperta e pur continuando a stonare –unica macchia di colore in quella foto a schizzi di seppia- mi sono sentita a casa, una casa spartana ma affettuosa, piena di quella premura che non si ostenta, piuttosto si nasconde per pudore.

 

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diesis

Basta una nota sola – che duri anche pochi istanti
a raschiare la pelle dalla pelle, battere il timbro
del diesis. un suono innaturale come il fruscio
di due mani sbagliate che si sfiorano.

a conti fatti
il pensiero è un tiro mancino, una distorsione

eppure: le onde acustiche non differiscono
da quelle marine. sono fatte di lunghi respiri
e contraccolpi, ritorni improvvisi come singhiozzi
rotolare di sassi. nel mare li senti appena

sono carezze. fuori si attaccano come il freddo
un bruciore di neve.

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Ab – braccio (una poesia di Anna Ruotolo)

 

Finora non avevo mai usato questo spazio per portare all’attenzione testi non miei, ma certe volte ci sono letture che arrivano nel preciso istante in cui ne hai bisogno, come se lo sapessero, se avessero una calamita per anime. A me ieri sera è arrivato un abbraccio e l’ho accolto come si fa con un amico lontanto. È stata una poesia di Anna Ruotolo che voglio conservare qui e farvi leggere.
La mia oggettività nel commento a seguire sarà assolutamente discutibile, in quanto le riflessioni poetiche di Anna mi catturano da sempre, insieme al suo sorriso placido e così rasserenante, ma sarete voi, eventualmente, a mettere in discussione le mie conclusioni e a stroncare i miei entusiasmi dopo averla letta.

 

Ab – braccio

Com’è penosa, a volte
la formula dell’abbracciare
e circondare tutto l’abbracciabile
di sé e del proprio polmone accostato,

del primo confine del proprio corpo
l’altro corpo
e tenerlo a sé,
tirarlo come da un altro capo, imbandire
una città di benvenuto.

Tutto chiude, l’abbraccio
«chiuditi attorno», dice
«atterra dentro quel che sono»
sembra dire ed invitare.

Poi, invece, basti pensare
al ab-braccio – (dal braccio)
e che da lui venga qualcosa di continuo,
prolunga, passeggio e quasi eternità
lucciola e lanterna per mestiere del dono,
faro lungo, faro breve.
E allora, forse, si ritorna alla sua casa
come una volta che ci manca tanto,
così, senza freno e senza progetto
all’improvviso
come al principio di tutto
per dire: sono qui.
Di nuovo.

 

Anna Ruotolo (un inedito)

 
 

Paul Klee - Il principio della vita


 

Le poesie di Anna sono spesso riflessioni filosofiche che si incentrano sui gesti e le ritualità quotidiane, sono un sostare ai margini della realtà, mettersi ad osservare quello che accade da una finestra e trovare, per ciascun gesto, un significato nuovo. Spesso la riflessione parte dalla etimologia della parola per arrivare al suo campo semantico anche attraverso scomposizioni che ne rivelano i possibili significati diversi dal consueto ed è un modo di trattare la lingua che mi piace, poiché ne porge sempre nuove sfumature. Anche qui la riflessione parte dalla radice latina della parola “abbraccio”, dalla sua scomposizione nella preposizione e nel suo sostantivo: ab-braccio / dal braccio.  Solo così è possibile un cambio di prospettiva sul suo significato.
L’abbraccio è, per me, un gesto ossimorico di espansione ed accoglienza. Un gesto circolare che, al pari di una goccia in uno specchio d’acqua, si allarga in ogni direzione senza perdere la sua caratteristica di circondare il nucleo, di proteggerlo sempre e di portare la sua energia sempre più lontana. E anche nella poesia di Anna questa riflessione si fa sentire, mettendo in luce le due modalità di abbraccio, le due formule, l’una che racchiude, l’altra che si apre, una che afferra l’afferrabile, l’altra che si spinge e diventa partenza e poi ritorno. Un’estensione del braccio come direzione e luce, dove il gesto diviene dono e scambio e più giustamente ponte: “che da lui venga qualcosa di continuo, prolunga, passeggio e quasi eternità” poiché in quel gesto si sospende il tempo, restando fermi nel passaggio energetico e sentimentale dall’uno all’altro braccio, quasi vi fluisca il nostro stesso sangue.
Pur definendo “penosa” la formula della chiusura, mettendo in risalto la natura possessiva che, talvolta, appartiene a chi abbraccia, nella poesia è evidente che la natura di accoglienza di questo gesto non viene rinnegata né considerata opprimente se è come “imbandire/ una città di benvenuto” e se l’abbraccio  pare dire «atterra dentro quel che sono», nell’offerta di se stessi –interi e nudi- pòrta all’altro ed è per questo che mi sembra che, nella prima e nella seconda parte, vengano messe in evidenza le due figure del donante e ricevente che poi, in un equilibrio dinamico, si scambiano i ruoli vicendevolmente e li vivono in contemporanea.
In sostanza, Anna sembra suggerirci la strada dello sconfinare attraversando la membrana sottile dei corpi per approdare nella casa del sentimento che non appartiene all’uno o all’altro ma ad uno spazio comune d’anima in cui si torna senza progettualità ma per puro istinto e desiderio.
Per leggere altro di lei c’è il suo sito personale
www.annaruotolo.it

 

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come colonne

 

 

per giocare a nascondino basta un portico
una piazza e forse qualche macchina
accucciarsi tra le ruote per sondare il campo
dagli specchietti laterali

gli ho detto di noi, della nostra porta azzurra
che compare quando la chiamiamo, gli ho detto
che la maniglia sembra arrugginita ma si apre
e noi due siamo colonne legate a nodo doppio
con la porta
che a nascondersi basta sfruttare i coni d’ombra

e dovrei dirgli ancora che dietro la porta c’è un campo
di grano sempre maturo, una quercia ed un fiume
cura-ferite ma preferisco pensi che siamo a distanza
ferme nel marmo del porticato

Lasciare un mistero, un segreto nostro e un biglietto
di viaggio tra i sassi e le spighe

 

 

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amorèunalinguachegraffia

 

la bocca piena di un idioma nuovo
grafemi sconosciuti che si scrivono
da soli – non c’entrano gli apostoli
amore è una lingua che graffia- e graffi
arcobaleni distorti nelle vertebre, colori
disuniti. mi attraversi
c a r t i l a g i n i
il midollo nelle mani amore
amore | amore
disunito | simmetri
come i | co che
tuo | non
.-i colori | combacia
amore non sutura delle mie lacerazioni

sei filo teso di arcolaio nel tuo sorriso disumano nella tua bellezza e quanto sei bella amore misura del mio vuoto quando ti frapponi tra le mie pareti e il cielo e come sei tremenda quando sei solo telaio di sabbia a tessere mancanze io soffro d’abbandono e così divento vento di scirocco porto umidità collosa mi abbandono pesante alle tue braccia io ti amo di un amore che si parla nuovo che cerca coincidenze non singole tangenti/al punto

o se un punto è un piccolo infinito mondo tondo mare terra darsena e deserto
mi basta anche la singola tangenza
per amore, che è una lingua che graffia
e non c’entrano gli apostoli
la vita bianca hai nelle mani
la trascrizione traduzione
di un idioma nuovo di cui ho
la bocca piena

 

Inserito in 2011, deliranti acrobazie di una mente insana | Etichette | 1 commento